Archivio per Giugno 2008

Il rapporto tra tecnologia e arte (2) – Muybridge e la cronofotografia

Il mondo artistico di fine ‘800 non è dominato solamente da figure come Monet, Manet e Degas. Parallelamente alle prime esperienze impressioniste (di cui abbiamo già parlato qui) iniziano ad acquistare rilevanza anche operazioni che mettono in stretta relazione gli ambiti della ricerca tecnologica con quelli più squisitamente artistici.

Sul finire del secolo si assiste alla nascita della cronofotografia: il cinematografo deve ancora nascere, ma Eadweard Muybridge compie le sue prime sperimentazioni, affascinato dall’idea di rappresentare il movimento attraverso la fotografia realizzando, con più macchine fotografiche, scatti a intervalli di tempo ravvicinati, a vari soggetti.

Galloping horse

Le immagini di questo articolo sono tratte dal sito web del ricco archivio della Pennsilvania University, nel quale sono raccolte interessanti riproduzioni digitali  (visualizzabili anche in alta risoluzione) degli “esperimenti” di Muybridge, tra cui anche il famoso cavallo al galoppo, ottenuto con l’ausilio di cinquanta macchine fotografiche azionate dagli zoccoli dell’animale in corsa tramite fili.

Muybridge influenza gli studi del fisiologo francese E. J. Marey e pone le basi per la nascita del cinema . Da questo punto in poi inizia a crearsi una sempre più evidente scissione tra le forme artistiche tradizionali e quelle innovative. Il dibattito sulla “legittimità di cittadinanza” di strumenti nuovi, mutuati dal mondo della scienza e della tecnica inizia proprio in questo periodo, e tornerà a riaccendersi ogni volta che nasce un nuovo strumento tecnologico, e qualche artista vuole sperimentarlo.

aventino blues 2002

La strada in fondo è molle
anfiteatro il monte
e sotto il vuoto suona ancora
quegli echi delle bombe

Le stelle urlano
cerchi concentrici
e noi ondeggiamo sincopati
sommersi dalle note

il senso ci è negato
il filo rosso che non c’è
di nulla sibila
ci stringe a cappio

Il rapporto tra tecnologia e arte (1) – gli impressionisti e la fotografia

”Nell’espressione fuggevole di un volto umano, dalle prime fotografie, si emana per l’ultima volta l’aura. E’ questo che ne costituisce la malinconica e incomparabile bellezza”. (Walter Benjamin)

L’aspetto del rapporto tra tecnologia e arte, pur essendo presente in ogni epoca storica, è condizionato dalla relativa lentezza delle innovazioni tecniche che si sono avute nel periodo antico e agli inizi dell’epoca moderna.

Questa problematica inizia ad assumere un evidente rilievo con la rivoluzione industriale. L’800, secolo di transizione, è un periodo in cui l’innovazione tecnologica inizia a entrare in molti aspetti della vita quotidiana dell’emergente classe borghese, e quindi a influenzare anche il modo di fare arte.

Un’invenzione importante, in questo senso, è quella della fotografia: se per secoli l’unico modo di tramandare alla posterità la propria immagine era far realizzare un ritratto da un artista, da questo punto in poi uno strumento tecnologico invade prepotentemente la scena, permettendo di produrre immagini realistiche dapprima in un modo simile a quello pittorico, con lunghi periodi di posa, e successivamente con esposizioni sempre più brevi e risultati sempre più fedeli.

Camere per dagherrotipia

Macchina per dagerrotipia, fine \'800

La risposta impressionista a questa vera rivoluzione del mondo dell’immagine, è quella di spostare oltre i termini del discorso, materializzando sulla tela le subitanee sensazioni e il mutevole effetto della luce sulle superfici delle cose.

Monet, alcune delle sue “Cattedrali di Rouen” (1892-94)

Monet, alcune delle sue \

Monet, “Il giardino dell’artista a Giverny” (succ. 1883)

igiardino dell\'artista a Giverny

La pittura non è più, come è stato per secoli, rappresentazione fedele e mimetica del reale, attuata secondo rigide regole prospettiche e cromatiche, l’artista diventa un tramite che filtra l’immagine che gli appare secondo la sua sensibilità interiore, quindi il risultato non può essere più oggettivo.
L’immanentismo di Monet segna un punto di non-ritorno, nella storia dell’arte moderna: l’oggetto artistico inizia a diventare concettuale, non rappresentando più le cose come sono, ma evocando l’immaginario dell’artefice.

Monet, crepuscolo a Venezia, 1908

Monet, crepuscolo a Venezia, 1908

* La trattazione di questo argomento continua qui *

uomo gelo

uomo-gelo

Sono,
uomo gelo
pezzo da baraccone
davanti al viso
un giovane dolore
e polvere, alle mani
la finestra è murata
trenta giorni al mese
uomo di Babele
la lingua della mente
è differente
dalle loro parole
solo acqua salata
e pane sfatto
sulla tavola
nessuna voce squillante
e tempi lisi,
ciclici
mani che frugano
le tasche di sogni
dimenticati
uomo senza bocca
posto sopra uno scaffale
niente più giochi
solo gesti di comando
nella vecchia stanza
uomo di sguardi assenti
di storie inesistenti
che non sa scrivere
parole durature
e le lascia morire.

Mi osservo
dall’esterno,
uomo gelo
giro sempre gli occhi
verso la fessura di luce
uomo per errore
scherzo genetico
da non replicare
uomo di foglie secche
uomo di Babele.

donna buio

donna buio

Sono,
donna buio,
frinisco
più di ogni silenzio
sono quel che sono
donna buio
luce materica
avvenenza
donna di Bangkok
donna dalle misere scarpe
tu hai un solo piede
e poche scarpe
donna buio,
io sono l’uscio
con la stessa tenda
non viene ospite
no,
la luna non è ospitale
donna buio
trattienimi,
trattieni
quel sorriso di pietà
sono,
una pietà
in piedi
all’uscio,
senza mani,
senza testa,
senza seggiola,
con un papavero
sulle dita.

Ti guardo,
è un anello
donna buio,
un cerchio bianco
così povero,
è un abbaglio
così povero,
donna di Bangkok.


Satistiche

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