Sei come
un cipresso
stagliato su montagne
feconde
isolata presenza
Due occhi
di agnello
nascondono
il tuo fare
che conduce
ad andare oltre
superare l’ultimo piano
quello disperato
poi tornare
scendere
raccontare abissi
tessere parole sofferenti
Musicale vibrazione sottesa
a ogni istante
accompagna
le tue impronte
un’aura melodica
che rimbalza ricordi nascosti
ricorrenti
E rimane ferma
a ogni addio
l’espressione prevalente
classica impronta
frenesia di momenti
passeggera
che appare immanente
a tratti diversi
gioioso sentire
o dire dolente
Mi è piaciuta molto l’immagine del cipresso…
in questa tua poesia si respira l’aria sensazionale di chi è seduto fra le montagne, e come in un vortice leggero viene piacevolmente sommerso dalle atmosfere. Anche il dolore diventa qualcosa di gradevole.
Grazie del lusinghiero commento, Gre’
Apo
E’ vero,
paragonarsi ad una pianta che di media raggiunte elevate altezze
che viene piegata dal vento
è paragonare la vita che spesso ci piega, ma dopo il vento, dopo ogni tempesta è in noi la capacità di raddrizzarci
quanti paragoni si possono fare tra l’essere umano e la natura
bellissime parole.
In effetti la metafora è rivolta a una bellissima persona, che sa reagire a ogni traversia, pur non perdendo la sua infinita dolcezza…
ciao
Apo
Obbligato, Greta. Resto in attesa di un tuo nuovo post.
un bacio
Apo
Passo ogni tanto a leggerti e ti rinnovo i miei complimenti, Giulia
E io ti ringrazio, di cuore…
Apo