Archivio per la categoria 'avanguardia'

Il rapporto tra tecnologia e arte (10) – Wissengewächs – un’installazione di Laurent Mignonneau e Christa Sommerer

Dopo aver stupito il mondo della scienza e dell’arte nel 1992 con il progetto “Interactive plant growing“,  Laurent Mignonneau e Christa Sommerer (francese lui, austriaca lei), bissano e realizzano Wissengewächs, una facciata interattiva con 16 schermi che reagisce ai movimenti dei fruitori generando realtà virtuali vegetali.

Questa installazione è stata progettata da Mignonneau e Sommerer per la Città della Scienza a Braunschweig, Germania nel 2007. E’ ospitata nella piazza del duomo della città, all’interno di una biblioteca in cui i cittadini di Braunschweig possono scambiare i loro libri  in materia di scienza, con l’obiettivo di coinvolgerli nell’approfondimento delle discipline scientifiche.

La superficie esterna della Serra è dotata di 16 Schermi interattivi progettati e realizzati dai due artisti e dotati di sensori che misurano la presenza di movimenti: questi sono pilotati da un software appositamente ideato.
Come nella precedente installazione, l’interazione con i fruitori causa la crescita delle piante vitruali sugli schermi.
I passanti che attraversano a piedi lo spazio monitorato dai sensori, causano la crescita e la continua evoluzione di sempre  diversi giardini virtuali che rispecchiano la loro interazione con la facciata e vogliono rappresentare il concetto di crescita del sapere. Infatti il nome “Wissensgewächs” dato all’installazione significa letteralente Strumento di crescita della conoscenza.

Il rapporto tra tecnologia e arte (8) – un essere transgenico come opera d’arte: GFP Bunny

Il progresso scientifico tecnologico del XX secolo ha portato conseguenze anche nel campo della biologia e della genetica. A partire dagli anni ’90, il genoma di molti esseri viventi, tra cui anche quello umano, è stato mappato, ed è ora possibile produrre degli animali ibridi mutanti detti transgenici,  che incorporano, cioè, geni appartenenti a differenti specie.
Non poteva non esplorare i nuovi orizzonti materializzati dalla ricerca genetica un bio-artista brasiliano, Eduardo Kac, di cui abbiamo già parlato qui, a proposito dei biotopi.
Eduardo Kac

Nel 2000 nasce Alba, nota anche come GFP Bunny.

Alba, è il nome assegnato da Kac e dalla sua famiglia alla prima coniglietta transgenica fluorescente frutto di un esperimento privo di valore dal punto di vista scientifico ed economico, ma dalle importanti implicazioni artistiche.
Le tecniche usate sono pratica comune da alcuni anni in qualunque laboratorio di genetica. E’ stata creata nel febbraio 2000 presso l’istituto di Ricerca Agronomica francese; nel genoma di Alba sono stati inseriti geni di una medusa  (Aequorea Victoria) la cui proprietà è quella di emettere una luminosità fluorescente nelle profondità degli oceani. E’ albina, ma sotto una lampada di Wood e di notte, diventa fluorescente.
L’opera d’arte, con GFP Bunny di Kac non è più un artefatto, ma un essere vivente in cui il medium e il soggetto coincidono.

E’ interessante riportare la definizione che l’artista stesso dà dell’arte transgenica:

É una forma di arte innovativa basata sull’uso di tecniche di ingegneria genetica per creare esseri viventi unici.
Non c’è l’arte Transgenica senza un impegno consolidato e una responsabilità per la nuova forma di vita cosi creata.
Un impegno etico è esssenziale in qualsiasi opera d’arte.



alba GFP bunny

Minimal

Oroluk

Pohnpei

Kosrae

Sinapsi al metacarpo

All’ora e al fuoco

Nauru*

Ritual inviolato

tralasciato

alle colonne d’Ercole

*(isole della Micronesia)

Contest: Cadavere squisito in rete

Cadavere squisito in rete - contest poeticoParte oggi il primo contest (concorso a premi) di “Parole, immagini, gesti“.

E’ dedicato -ovviamente- alla scrittura creativa, e quindi rivolto a chiunque ami scrivere.
Il riferimento è evidente fin dal titolo: la poesia surrealista.

Si tratta di realizzare un esperimento di scrittura collettiva assemblando assieme i contributi che vorrete inviarci.

In premio sarà estratta una corposa raccolta di classici letterari italiani e stranieri, in formato e-book.

Siete curiosi? Tutti i dettagli e il form per l’invio sono alla pagina “Cadavere squisito in rete – come partecipare al contest…” che trovate qui sopra l’header del blog.

Cliccate, aderite e non ve ne pentirete. Scrivere è soprattutto un gioco…

Apolide & Lamia

Joseph Beuys

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Joseph Beuys (Krefeld, Germania 1921 – Düsseldorf 1986) , figura profetica ed emblematica, è uno dei personaggi più significativi della scena artistica mondiale del secondo dopoguerra.
Partecipa come aviatore al secondo conflitto mondiale, e viene abbattuto nel ‘43, in Crimea. Gravemente ferito e quasi assiderato, sarà salvato grazie alle cure degli abitanti della zona, grazie all’uso del feltro per riscaldarlo, e del grasso per nutrirlo. Questa esperienza lascerà una profonda traccia nella sua esistenza e nella sua attività di artista: feltro e grasso saranno materiali che userà spesso, nell’ambito di una poetica legata alla “riappacificazione” con la natura e al recupero delle relazioni umane.
Il Maestro tedesco fin dai primi anni Sessanta si è imposto come uno dei protagonisti dell’Arte contemporanea d’avanguardia; ha partecipato alle prime manifestazioni del gruppo Fluxus e ha poi delineato il suo lavoro nell’area delle performances e dell’impegno politico, sociale, umanitario ed economico.
Ha fondato movimenti culturali come l’Organizzazione per la Diretta Democrazia e la Free International University.
Sono memorabili alcune sue proposizioni concettuali in forma di slogan: Ogni uomo è un artista, La Rivoluzione siamo Noi, Kunst=Kapital, Difesa della Natura.
Presente alle rassegne internazionali più prestigiose da Documenta di Kassel, alla Biennale di Venezia, ha tenuto un’importante antologica al Guggenheim Museum di New York. Le opere di Joseph Beuys sono conservate nei maggiori musei del mondo.

The Pack, installazione, 1969

The pack (1969)

I love America, America loves me, performance, 1974

I love America, America loves me

La fine del XX secolo, installazione, 1983

The end of 20th century

Plight, installazione, 1985

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Yayoi Kusama

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Raccolgo, in questa scheda, materiale su Yayoi Kusama, la maggiore artista giaponese vivente, secondo molti critici. E’ stata recentemente presente, (fino a Gennaio 2007) alla galleria civica d’arte moderna – palazzo Santa Margherita di Modena. Dal sito del comune di Modena, le sue note biografiche:

“Persa dentro a un puntino e moltiplicata da muri di specchi: è così che vediamo Yayoi Kusama, la più importante artista giapponese vivente. Il fatto è che a Tokyo, negli anni cinquanta, era difficile essere una ragazza con desideri di originalità e indipendenza. Sostenuta da un narcisismo divertito ma devastata da una sensibilità ossessionata, spinta dal desiderio di porsi allo stesso livello dei maschi, aiutata dal suo talento multiforme, Yayoi Kusama se ne andò negli Stati Uniti dove visse tra il 1957 e il 1973. Inserita nel fermento artistico di New York, non si sottrasse ad happening per la pace in Vietnam e soprattutto per l’autonomia femminile.
Malgrado abbia girato film, redatto riviste e partecipato ad attività sperimentali di ogni tipo, il suo lavoro è ampiamente riconoscibile per l’utilizzo di pallini, reticoli, specchi e tutto ciò che mette in crisi la percezione, comunicando il suo disagio con opere che generano da una parte un vissuto giocoso, dall’altra una perdita dell’orientamento. La sua poetica si è comunque incrociata con quella di molti protagonisti del nostro tempo: ricordiamo le collaborazioni col musicista Peter Gabriel, con il fotografo Nobuyoshi Araki, con lo stilista Issey Miyake.
Dopo la vasta notorietà raggiunta grazie a mostre tenute nei maggiori musei del mondo, in Italia l’hanno resa particolarmente nota le sue partecipazioni alla Biennale di Venezia, nel 1966 e nel 1993, quando fu scelta come rappresentante per la propria nazione d’origine: la ragazzina ribelle aveva vinto, anche se forse a prezzo del proprio stesso equilibrio.”

kusama - narcissus garden
Le pareti delle sue installazioni sono quasi sempre coperte di specchi, che servono a riflettere e confondere il fruitore. Il tema della percezione, della sua alterazione è particolarmente caro all’artista. Come in “Narcissus Garden” (Biennale di Venezia, 1966) . Realizzato con circa 1500 sfere riflettenti di plastica colore argento, che l’artista vendeva agli spettatori a 2 dollari l’una.

yayoi kusama
Il pavimento accumula oggetti falliformi e punteggiati, in “Infinity Mirror Room – Phalli’s Field” (1965). L’artista ama essere ritratta nelle sue installazioni, vestita di abiti monocromi o essi stessi punteggiati, quasi un voler dissolvere l’io in queste labirintiche ambientazioni, immagine della propria inquietitudine psicologica. Al suo ritorno a Tokio alla fine degli anni ‘70, è stata istituzionalizzata all’ospedale di Seiwa a Tokyo per problemi psichici. Lì è vive ed ha un studio nell’ospedale, dove continua a produrre arte. Questo il link al suo sito.

 

 

Il rapporto tra tecnologia e arte (II)

Lucio Fontana e la televisione
Manifesto del Movimento Spaziale per la televisione
Ultimo tra i manifesti dello spazialismo, viene distribuito durante una trasmissione sperimentale di RAI-TV di Milano il 17 maggio 1952. Gli artisti nel manifesto infatti affermano:”Noi spaziali trasmettiamo, per la prima volta nel mondo, attraverso la televisione, le nostre nuove forme d’arte, basate sui concetti dello spazio. La televisione è per noi un mezzo che attendevamo come integrativo dei nostri concetti. Siamo lieti che dall’Italia venga trasmessa questa nostra manifestazione spaziale, destinata a rinnovare i campi dell’arte. Noi spaziali ci sentiamo gli artisti di oggi, poiché le conquiste della tecnica sono ormai a servizio dell’arte che noi professiamo.”
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Anni ‘60 – Fluxus
L’appellativo “Fluxus” fu concepito nel 1961 negli Stati Uniti durante una serata musicale organizzata da George Maciunas, fondatore del movimento e della rivista omonima. Il progetto mirava alla fusione di tutte le arti, (abolita dunque ogni distinzione tra categorie fisse come arti visive, musica, teatro, letteratura, ma anche tra arte colta e popolare, arti maggiori e minori).
Jean Tinguely -Homage to New York, 1960
Sculpture Garden del Museum of Modern Art in New York

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In collaborazione con altri artisti/ingegneri, tra cui Billy Klüver and Robert Rauschenberg, realizzò un meccanismo auto-distruttore che fece una performance di 27 minuti. Alla fine, il pubblico raccolse i resti della macchina come souvenirs da portare a casa. Questo omaggio all’energia di una città che continua a ri-costruire se stessa epoca dopo epoca è un fantastico esempio di come delle concezioni diverse e spesso conflittuali che artisti e ingegneri hanno su come le macchine dovrebbero funzionare.
John Cage «Variations V», 1965 – 1966

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E.A.T Experiments in Art and Technology

Fondato nel 1967 da Billy Klüver e Robert Rauschenberg.
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Pepsi Pavillon
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Spazio teatrale multimediale e ambiente interattivo creato per Expo ‘70 ad Osaka, in Giappone. Nel Pepsi Pavilion fu uno dei primissimi lavori immersivi, che introducevano lo spettatorere in un ambiente invaso dai media elettronici.
Billy Klüver
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“The new interface I will define is one in which the artist makes active use of the inventiveness and skills of an engineer to achieve his purpose. The artist could not complete his intentions without the help of an engineer. The artist incorporates the work of the engineer in the painting or the sculpture or the performance.”
Negli anni ‘60 nasce e si sviluppa la video arte, che utilizza come mezzo espressivo la televisione:
Nam June Paik
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Wolf Vostell – 1958/59

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Bruce Naumann
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Crea la prima installazione a circuito chiuso che la storia dell’arte ricordi, intitolata “Video Corridors” del 1968 presentata da Leo Castelli nel 1969.
Lo spettatore entra in un lungo e stretto corridoio, in fondo al quale si trova un monitor.
All’altra estremità, all’ingresso è collocata una telecamera che riprende il corridoio; avanzando verso il monitor, lo spettatore vede la propria immagine dentro lo schermo ripresa di schiena dalla telecamera.
Il gioco di questo tipo di performance è dato dalle reazioni soggettive dello spettatore che vi partecipa.

Douglas Davis -The Last Nine Minutes: Live performance for international satellite telecast, documenta VI, 1977
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I computer e la rivoluzione digitale: Ben Laposky Oscillon Number Four, 1950

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A. Michael Noll
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Harold Cohen
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Myron Krueger «Videoplace», 1974
L’immagine dell’utente era catturata da una videocamera in tempo reale e riprodotta sotto forma di silhouette su un grande schermo di proiezione posto in una stanza buia. Era come se il partecipante vedesse la propria ombra riflessa sullo schermo video. Utilizzando delle tecniche di elaborazione d’immagine per definire i contorni della silhouette, l’utente era in grado di dipingere sullo schermo con il dito, semplicemente muovendolo nell’aria. Una striscia colorata compariva sullo schermo, a seconda dei movimenti del dito. Se il partecipante usava tutte le cinque dita, le striscie colorate si cancellavano. Per utilizzare le parole dello stesso Krueger, “V. è un ambiente concettuale privo di esistenza fisica”.
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Sommerer/Mignonneau – «The Interactive Plant Growing», 1993

Toccando le piante vere o muovendo le mani in direzione di queste, lo spettatore è in grado di influenzare e controllare in tempo reale la crescita virtuale di oltre venticinque piante programmate al computer, che appaiono contemporaneamente su uno schermo posto di fronte al pubblico.
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Net Art – Mark Napier, 1997-2004
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Tina Tonagel,Framedrucker (2003-04)
Il “Framedrucker”(stampante di frames) è una installazione costituita da una macchina che permette la decostruzione di un video attraverso l’acquisto dei suoi frames: mentre il video (specificamente prodotto a questo fine) viene proiettato su una parete in modo continuo, lo spettatore può comprare suoi frames, firmati dall’artista. Dopo avere inserito una moneta il video può essere bloccato spingendo un tasto. L’immagine sullo schermo viene stampata ed è cancellata definitivamente dall’ hard-disk del computer all’interno. Il video si dissolve, diventa sempre più corto (i fotogrammi restanti sono compattati insieme) fino alla completa decostruzione del medium originale.
Lo spazio / tempo rappresentato nel video perde una porzione ad ogni intervento. Il fruitore dell’ opera d’arte si fa soggetto attivo nell’atto della sua creazione / distruzione, e la testimonianza superstite si eleva ad oggetto residuale di arte.
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Questa scheda è tratta da un intervento seminariale di Valentina Tanni su arte e tecnologia. le integrazioni sono mie.
Qui il link alla prima parte di questa scheda

Il rapporto tra tecnologia e arte (I)

* Il contenuto di questo articolo, che è una prima bozza sull’argomento,  è stato ampliato e sviluppato in altri post, ed anche attraverso realizzazioni artistiche dell’autore. Potrete trovare molto materiale su questo tema in questo blog, facendo riferimento a questa pagina *

In questa scheda  esamineremo l’evoluzione del rapporto tra arte e tecnologia, a partire dall’avvento del primo meccanismo di riproduzione meccanica delle immagini -la fotografia- fino alle più recenti sperimentazioni di arte elettronica contemporanea. L’obiettivo è quello di comprendere in che modo i dispositivi tecnici e tecnologici influenzano la pratica artistica e l’immaginario collettivo.

Il legame tra arte e tecnologia / arte e tecnica è sempre stato difficile da interpretare.
La relazione tra concezione ed esecuzione, nei secoli si è andata evolvendo lentamente, una storia che affonda le radici indietro nel tempo. La relativa lentezza con cui le innovazioni tecniche hanno influenzato il modo di fare arte, ha da sempre portato a rendere facilmente riconoscibile l’oggetto artistico e gli ambiti della sua creazione. Questo rapporto è sconvolto nell’età contemporanea, in cui si manifesta con maggiore evidenza una frattura tra le forme artistiche “tradizionali” e quelle “innovative”. Il dibattito sulla “legittimità di cittadinanza” dei nuovi strumenti in ambito artistico si riaccende periodicamente, e con una sorprendente identità di argomentazioni, accompagnando la comparsa di ogni nuova tecnologia (basti pensare al cinema, al video e, in tempi più recenti al computer).
La fotografia e il cinema -ma anche l’industria editoriale, la radio e più tardi la televisione- hanno messo radicalmente in discussione il ruolo dell’arte e degli artisti nella società, introducendo un nuovo, ingombrante protagonista: la macchina.”La sovrabbondanza di mezzi è il primo grande pericolo che l’arte deve affrontare. Quest’espressione è invero illogica (non c’è una sovrabbondanza di mezzi, ma un’incapacità di impadronirsene), ma si giustifica nella misura in cui riesce ad esprimere l’assurdità della nostra situazione. [...] L’industria, la speculazione e la scienza applicata alla vita devono portare fino in fondo questo processo della dissoluzione dei tipi artistici esistenti prima che possa seguirne qualcosa di buono e di nuovo”. (G. Semper, Scienza, industria e arte, 1852).
“Gli artisti attuali sono le punte consapevoli di un vasto iceberg pubblico in stato di sonnambulismo. Sono loro a mettere in discussione gli effetti delle ultime tecnologie, computer, sistemi interattivi, multimedia, realtà virtuale e qualsiasi altro congegno appaia all’orizzonte del mercato, non in modo ingenuamente politico, ma a un più profondo livello psicosensoriale. Chi siamo? Cosa ci stanno facendo queste macchine? Quali riflessi ci danno di noi stessi? Come trasformano l’immagine di coloro che ancora pensiamo di essere? [...] L’arte nasce dalla tecnologia. È la forza contraria che bilancia gli effetti dirompenti delle nuove tecnologie nella cultura. L’arte è l’aspetto metaforico di quelle stesse tecnologie che utilizza e critica.”
(Derrick de Kerkchove, The Skin of Culture: Investigating the New Electronic Reality, 1995).
Nell’ambito dei tentativi di ricondurre a una “tassonomia” univoca tutte le espressioni artistiche, nasce, a un certo punto, la definizione di “media art”, che però gli ultimi sviluppi mettono in crisi, proprio per la difficoltà nella catalogazione delle arti secondo il mezzo utilizzato.
I tre elementi che hanno messo in crisi il concetto di medium sono:
- Il fatto che gli stessi strumenti venissero usati per arte e per comunicazione/cultura di massa, che stempera l’ambito artistico, fino a quel punto elitario, nel mare magnum degli imput accessibili a chiunque.
- La riproducibilità dell’opera. Su questo punto c’è un acceso dibattito tra chi vorrebbe che la definizione di espressione artistica abbracciasse solo i lavori “unici” e chi accetta un allargamento del campo, in nome di una maggiore diffusione e visibilità dell’artista.
L’avvento del digitale sembrerebbe poter ricomprendere ed unificare tutte le precedenti espressioni “mediali” (con i suoi principi – transcodifica, immaterialità, computer come meta-medium, macchina generale programmabile).

La rivoluzione fotografica
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Fu la collaborazione tra Joseph Nicéphore Niepce e Louis-Jacques-Mandé Daguerre che portò al brevetto del dagherrotipo
presentato ufficialmente all’Accademia delle Scienze di Parigi nel 1839 dal fisico Arago, seguito a breve dal calotipo di William Henry Fox Talbot.
Nessuna innovazione tecnica prima di allora aveva sfidato così apertamente l’universo delle immagini e le modalità della loro creazione, rimaste sostanzialmente invariate per secoli
le reazioni furono varie, ma nessuno potè restare indifferente
la fotografia metteva in discussione:

- La manualità / autorialità
- La riproducibilità
- La differenza tra cultura alta e linguaggi di massa.

il periodo storico che coincide con l’invenzione del dagherrotipo è attraversato da un allargamento esponenziale del campo del visibile.
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L’ingrandimento, il rallentatore, il fermo immagine, la fotografia microscopica e quella aerea, permettono all’uomo di moltiplicare esponenzialmente il suo raggio visivo e vanno a costituire quello che Walter Benjamin (Piccola Storia della Fotografia) definisce inconscio ottico.Étienne-Jules Marey

La cronofotografia

Siamo alla fine dell’800, il cinematografo deve ancora nascere, ma Edward Muybridge compie le prime sperimentazioni, affascinato dall’idea di rappresentare il movimento attraverso la fotografia, realizza , con più macchine fotografiche, scatti a intervalli di tempo ravvicinati, a vari soggetti.
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Animal Locomotion (1887)

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Le avanguardie storiche

Perchè molti artisti, all’inizio del secolo scorso, iniziano ad usare la tecnologia per fare arte?

- Per le possibilità linguistiche e “multimediali” che offrono. Il miraggio che questi pionieri inseguivano, era quello di introdurre il cinematismo nell’arte, di rendere il movimento, di dare vita all’espressione artistica.
- Perché ne intuiscono la potenza rivoluzionaria: le avanguardie sono influenzate dalla portata epocale di questa prima rivoluzione tecnologica: in ambito scientifico Einstein parla di spazio-tempo nella sua “Relatività ristretta”, Ford introduce nuovi metodi di produzione standardizzati e seriali. Chaplin gli fà eco con il suo “Tempi moderni”. L’uomo comune assiste all’avvento dell’automobile, del telefono, dei primi elettrodomestici.
- Per riconciliare l’arte con il pubblico, o forse per avvicinarla maggiormente ad esso. Celebri le serate-cabaret dei futuristi, nasce la performance come nuova forma artistica a metà tra provocazione e teatro, in cui il pubblico è il vero protagonista.
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Il primo sforzo consapevole di conciliare arte, tecnologia e industria va ravvisato nel movimento internazionale dell’Art Nouveau, che promosse l’utilizzo di nuovi materiali e macchinari e cercò, non senza contraddizioni, di “umanizzare” e “socializzare” le novità del progresso

Ferro, vetro, bulloni e persino il nudo cemento divennero protagonisti, spogliati di ogni rivestimento nobilitante, e l’attività artistica sentì il bisogno di scendere a patti con il progresso tecnologico e la produzione seriale, pena il rischio di venire schiacciata dall’omologazione e dall’impersonalità della macchina. In architettura, il macchinismo porterà al definitivo abbandono dell’ornamento (cfr. “Ornamento e delitto”, di A. Loos) nelle facciate, ed a un’estetica più razionale. La pianta di un’edificio non è più espressione di un disegno a priori, ma viene tracciata in base ad esigenze puramente funzionali. E’ il funzionalismo.
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Adolf Loos, abitazione di Tristan Tzara -Parigi, 1926-27

Chi, guardando un’immagine sarà capace di prescindere completamente dal fatto che a realizzarla sia stata una mano “spirituale” o un apparecchio “privo di anima” e sarà in grado di vedere al di là di tale immagine le forze creatrici dell’artista, non sceglierà certo il pennello a danno dell’apparecchio fotografico.
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(Lazlo Moholy-Nagy, 1926)
Arte e luce

“Lo stimolo più forte venne da una circostanza accidentale. In un semplice gioco d’ombre che era stato progettato per una ‘festa delle lanterne’ una lampada ad acetilene dovette essere sostituita. Per caso sulla carta trasparente si verificò un raddoppiamento delle ombre e attraverso le lampade di diverso colore divennero visibili un’ombra più fredda e una più calda. Venne allora subito l’idea di raddoppiare le sorgenti luminose, poi di sestuplicarle e di schermarle con vetri colorati” (Ludwig Hirschfeld-Mack )
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I futuristi

La questione del progresso e del vertiginoso evolversi della tecnologia, venne posta per la prima volta esplicitamente e in termini problematici, seppur talvolta ingenuamente ottimistici e venati di decadentismo, dal movimento futurista, che mise al centro della propria poetica la vita trasfigurata dalla tecnica.
“Noi vi dichiariamo che il trionfante progresso delle scienze ha determinato nell’umanità mutamenti tanto profondi, da scavare un abisso fra i docili schiavi del passato e noi liberi, noi sicuri della radiosa magnificenza del futuro”. (1910)
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Dada – le macchine diventano celibi

Delle conseguenze epistemiche del lavoro di Duchamp ho già parlato in una precedente scheda . Con i dadaisti si inizia il processo di decostruzione del linguaggio artistico. Nasce il ready-made, l’oggetto “trovato” dall’artista che assume dignità. I termini del rapporto arte tecnologia vengiono esasdperati, portando a una frattura. L’oggetto tecnologico è presentato estratto dal suo contesto tal qual è, senza un apparente intervento da parte dell’artista. L’arte diventa concettuale.

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Dadaisti, surrealisti, costruttivisti scoprirono che la fotografia non era solo un occhio preciso, obiettivo e diaframma, ma camera oscura e schermo sensibile; si prestava cioè a una strana manipolazione dell’immagine che dava grandi margini al caso, all’imprevisto, all’inconscio, al nonsenso, all’assurdo.

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Heartfield: Adolf, il superuomo: inghiottisce oro e parla latta – fotomontaggio

Fu nell’ambito del generale sforzo di rinnovamento culturale proprio delle avanguardie che si inseriscono i primi tentativi di uso creativo e anticonvenzionale delle immagini in movimento.
Futuristi, dadaisti e surrealisti apprezzarono il cinematografo per la sua capacità di favorire l’integrazione di diversi linguaggi espressivi e videro nel suo carattere di strumento nuovo e non ancora codificato da regole sintattiche e parametri critici definiti, un prezioso spazio di libertà.

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Le ballet mécanique (1924) di Fernand Léger

Lèger nel 1923: “La guerra mi aveva gettato, soldato, nel pieno di un’atmosfera meccanica. E qui scoprii la bellezza del frammento. Intuii una realtà nuova nel particolare di una macchina, nell’oggetto comune. Cercai di scoprire il valore plastico di questi frammenti della nostra vita moderna. Li ritrovai sullo schermi nei primi piani di oggetti.”

Assistiamo, con la tragica parentesi della II guerra mondiale, a una sfiducia nel progresso. Si afferma la predilezione per arte informale, materica, povera. Gli artisti sono in fuga, almeno fino all’avvento della televisione. <continua qui>

Appunti su Basquiat (II^ parte)

La prima mostra personale di Jean-Michel avviene nel marzo del 1982 a Modena e, contemporaneamente a New York nella galleria di Annina Nosei, riscuotendo apprezzamenti da parte del pubblico e dei critici.

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È di questo periodo anche l’ossessione per la morte testimoniata dalle tante figure scheletriche e dai volti come maschere.
Allusione ad una ritualità primitiva ed arcaica che vuole atterrire l’avversario.
I teschi di Basquiat infatti non sono mai inespressivi, a metà tra il teschio e la maschera tribale, si ispirano alle radici della cultura afroamericana per esprimere aggressività, rabbia, ribellione.

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I temi preferiti sono la regalità, l’eroismo, la strada
La sua vocazione letteraria si esplica nella creazione di leggende ispirate alla musica, alla medicina, ad eroi del fumetto e dello sport, ma anche a frammenti della Bibbia.

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In quest’opera, sempre dedicata a Charlie Parker, compare, oltre a ornithology (titolo di una sua composizione) anche il nome di Dizzy Gillespie, l’altro grande che suonò spesso con Parker, e le parole ear e alchemy, che alludono alla fusione e improvvisazione tipiche del jazz.

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Nel 1983 una mostra al Whitney Museum lo consacra nell’arte “ufficiale”.
È questo un anno di vitalità straordinaria per l’arte, favorita anche dal mercato “drogato “ tipico di quegli anni ’80.
Alla fine dei ’70 a Soho gli affitti erano bassi, così i loft degli artisti si moltiplicarono e poterono soddisfare le richieste di investimenti provenienti dai rapidi guadagni che si realizzavano nelle borse internazionali.
Nel 1983 Basquiat stringe una forte amicizia con Andy Warhol, il quale lo aiuta a sfondare nel mondo dell’arte mondiale come fenomeno emergente.
È un vero e proprio rapporto padre – figlio: Andy ritrova la vena creativa e Jean Michel cerca autodisciplina.
Nel 1984, insieme ad Andy Warhol e Francesco Clemente inizia una serie di collaborazioni, di dipinti a “sei mani” commissionategli da esterni. A scopo artistico personale dipinge un altro ciclo di opere insieme al solo Warhol, eseguendo oltre cento quadri, nei quali è riconoscibile l’ apporto di entrambi, e allestendo una mostra comune il cui manifesto presenta in maniera eloquente i due artisti come protagonisti di un incontro di boxe.

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Michel è sempre più “dipendente dal mercato”
Eccede nell’uso delle droghe e diventa tossicodipendente ma né Haring né Andy riescono ad aiutarlo. I disturbi psichici che ne conseguono sono frequenti paranoie che, con il tempo, lo porteranno a pensare di essere sfruttato dai commercianti d’arte e dallo stesso Warhol, che abbandonerà per questo motivo.
Nel 1985, all’apogeo della fama, inizia la caduta che si manifesta anche come decadimento fisico. Ormai è in perenne lotta con i suoi fantasmi: droga, solitudine, paura di non essere più famoso.
Dopo l’esposizione delle opere con Warhol la critica diventa più fredda nei suoi confronti e Basquiat accusa di questo Mary Boone, la sua gallerista.

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Quando nel 1987 muore Andy Warhol, al quale era rimasto attaccatissimo, ormai Basquiat vive confinato nel suo studio.
Muore il 12 agosto del 1988 per una overdose da eroina, a soli 27 anni.
La stessa sorte toccherà due anni dopo all’amico Keith Haring che lo accompagnò nell’ultimo viaggio al cimitero di Greenwood a Brooklyn.

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La prima parte di questa scheda la potete trovare qui.

Fonte principale del testo di questa scheda è wikipedia . Le immagini sono state raccolte nel web.

Appunti su Basquiat (I^ parte)

Basquiat

Come è a volte accaduto per altri artisti morti giovani – da Janis Joplin a Jimi Hendrix – sembra che una forza autodistruttiva si sia accompagnata inseparabilmente all’espressività creativa. Jean-Michel Basquiat, unico maschio dei tre figli dell’haitiano Gerard Basquiat e Matilde Andradas, nata da genitori di origine portoricana, inizia a manifestare interesse per il disegno fin da quattro anni, ispirato dai cartoni animati televisivi.
Un amore per l‘arte trasmessogli dalla madre, la quale lo accompagna spesso nei musei di New York, mentre il rapporto con il padre fu sempre conflittuale. Nel 1968 viene investito da una macchina e gravi lesioni interne obbligano i medici all’esportazione della milza. Durante il periodo di degenza di un mese al King’s County, la madre gli regala un libro di anatomia di Henry Gray, che lo influenzerà molto.

incidente auto

Quando Jean-Michel ha sette anni i genitori Matilde e Gerard divorziano.
Nel 1976 Jean-Michel inizia a frequentare la City-as-School, situata a Manhattan e destinata ai ragazzi dotati a cui non si addice il tradizionale metodo didattico.
Proprio là, nel 1977, quando ha 17 anni, stringe amicizia con Al Diaz, e i due iniziano a graffitare per le strade di New York firmando con l’acronimo di SAmo (SAMe Old shit). Scrive anche poesie insieme a giovani writer e, poiché intanto era scappato da casa, disegna magliette e cartoline per guadagnarsi da vivere.
Andy Warhol un giorno ne comprò una e da allora Jean-Michel decise che sarebbe riuscito a conquistare il padre della Pop Art. L’ispirazione gli viene da un mix di elementi colti tratti dai libri e di elementi tratti dalla strada.
Libri di archeologia, arte, scienza, ma anche dai suoi romanzi preferiti, come I Sotterranei di Kerouak e La scimmia sulla schiena, di Burroughs.

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Una corrente letteraria e culturale fiorita negli anni Cinquanta negli Stati Uniti, caratterizzata da una netta posizione di protesta nei confronti della società conformistica del secondo dopoguerra: una generazione stanca, battuta, senza la speranza di poter lasciare qualcosa al mondo contemporaneo. La Beat Generation nasce dall’incontro di alcuni giovani tra cui si crea uno straordinario e incredibile legame. E’ un gruppo di amici che contribuisce a dare vita a movimenti pacifisti, altri per i diritti civili e altri ancora per le libertà sessuali.
Hipster,è l’esistenzialista americano, il “nero bianco” che assume la vita, della gente di colore che è al di fuori delle istituzioni bianche – che cerca piaceri da provare nell’attimo presente. Quindi violenza, sessualità, apoliticità e rifiuto di ogni moralità. Beat, è il giovane intellettuale deciso a far sentire la sua voce, accanito ricercatore di verità nella marijuana (lo hipster utilizza l’eroina), nel misticismo, nelle filosofie orientali, nel sesso e nelle lunghe improvvisazioni del be-bop.
Entrambi sono accomunati dal be-bop di “Bird” Charlie Parker. La coppia Basquat-Diaz, si scioglie nel 1978 affiggendo ai muri di Manhattan l’annuncio “SAMO IS DEAD”. Da quel momento in poi Basquiat non utilizzerà mai più il nome SAMO
Diventa cliente fisso dei due Club più esclusivi nella scena socio-culturale di new York: il Club 57 ed il Mudd Club, frequentati anche dallo stesso Warhol, da Madonna e da Keith Haring, con il quale stringerà un’amicizia che durerà fino alla morte di Basquat. Nel 1980 Jean-Michel partecipa al Time Square Show, retrospettiva organizzata da un gruppo di artisti, alla quale farà il suo formale debutto newyorkese anche Keith Haring.
Il 3 agosto 1980 suona per l’ultima volta al Mudd Club insieme al suo gruppo “Gray”. Sempre lo stesso anno, Glenn O’Brian lo sceglie per interpretare se stesso nel film-documentario New York Beat, che uscirà nelle sale solo nel 2001 con il nome di Downtown 81. La gallerista Annina Nosei gli offre di lavorare nel suo scantinato,dove non mancano droghe di ogni tipo e la musica jazz ad alto volume.
Ormai è famoso, è esploso il “caso Basquiat”e le sue opere, anche una al giorno, vengono vendute per 10.000 $.
È l’effetto di un vero e proprio boom vissuto dal mercato dell’arte, di cui furono protagonisti galleristi che erano anche mercanti e indirizzavano il lavoro degli artisti. Oltre all’anatomia, ai libri e alla strada, una costante fonte di ispirazione fu per Basquiat il mondo dei fumetti, dal quale trasse non tanto gli elementi grafici, quanto lo spirito narrativo: è l’occasione per narrare con occhi infantili l’epica lotta tra il bene ed il male.

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Di Leonardo, Basquiat ammirava i disegni anatomici raccolti in un’ampia monografia che circolava allora negli Stati Uniti.
Qui il volto della Gioconda è al posto di George Washington nella banconota da un dollaro.

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Fonte principale del testo di questa scheda è wikipedia . Le immagini sono state raccolte nel web.

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