
Raccolgo, in questa scheda, materiale su Yayoi Kusama, la maggiore artista giaponese vivente, secondo molti critici. E’ stata recentemente presente, (fino a Gennaio 2007) alla galleria civica d’arte moderna – palazzo Santa Margherita di Modena. Dal sito del comune di Modena, le sue note biografiche:
“Persa dentro a un puntino e moltiplicata da muri di specchi: è così che vediamo Yayoi Kusama, la più importante artista giapponese vivente. Il fatto è che a Tokyo, negli anni cinquanta, era difficile essere una ragazza con desideri di originalità e indipendenza. Sostenuta da un narcisismo divertito ma devastata da una sensibilità ossessionata, spinta dal desiderio di porsi allo stesso livello dei maschi, aiutata dal suo talento multiforme, Yayoi Kusama se ne andò negli Stati Uniti dove visse tra il 1957 e il 1973. Inserita nel fermento artistico di New York, non si sottrasse ad happening per la pace in Vietnam e soprattutto per l’autonomia femminile.
Malgrado abbia girato film, redatto riviste e partecipato ad attività sperimentali di ogni tipo, il suo lavoro è ampiamente riconoscibile per l’utilizzo di pallini, reticoli, specchi e tutto ciò che mette in crisi la percezione, comunicando il suo disagio con opere che generano da una parte un vissuto giocoso, dall’altra una perdita dell’orientamento. La sua poetica si è comunque incrociata con quella di molti protagonisti del nostro tempo: ricordiamo le collaborazioni col musicista Peter Gabriel, con il fotografo Nobuyoshi Araki, con lo stilista Issey Miyake.
Dopo la vasta notorietà raggiunta grazie a mostre tenute nei maggiori musei del mondo, in Italia l’hanno resa particolarmente nota le sue partecipazioni alla Biennale di Venezia, nel 1966 e nel 1993, quando fu scelta come rappresentante per la propria nazione d’origine: la ragazzina ribelle aveva vinto, anche se forse a prezzo del proprio stesso equilibrio.”

Le pareti delle sue installazioni sono quasi sempre coperte di specchi, che servono a riflettere e confondere il fruitore. Il tema della percezione, della sua alterazione è particolarmente caro all’artista. Come in “Narcissus Garden” (Biennale di Venezia, 1966) . Realizzato con circa 1500 sfere riflettenti di plastica colore argento, che l’artista vendeva agli spettatori a 2 dollari l’una.

Il pavimento accumula oggetti falliformi e punteggiati, in “Infinity Mirror Room – Phalli’s Field” (1965). L’artista ama essere ritratta nelle sue installazioni, vestita di abiti monocromi o essi stessi punteggiati, quasi un voler dissolvere l’io in queste labirintiche ambientazioni, immagine della propria inquietitudine psicologica. Al suo ritorno a Tokio alla fine degli anni ‘70, è stata istituzionalizzata all’ospedale di Seiwa a Tokyo per problemi psichici. Lì è vive ed ha un studio nell’ospedale, dove continua a produrre arte. Questo il link al suo sito.
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