Il rapporto tra tecnologia e arte (II)

Lucio Fontana e la televisione
Manifesto del Movimento Spaziale per la televisione
Ultimo tra i manifesti dello spazialismo, viene distribuito durante una trasmissione sperimentale di RAI-TV di Milano il 17 maggio 1952. Gli artisti nel manifesto infatti affermano:”Noi spaziali trasmettiamo, per la prima volta nel mondo, attraverso la televisione, le nostre nuove forme d’arte, basate sui concetti dello spazio. La televisione è per noi un mezzo che attendevamo come integrativo dei nostri concetti. Siamo lieti che dall’Italia venga trasmessa questa nostra manifestazione spaziale, destinata a rinnovare i campi dell’arte. Noi spaziali ci sentiamo gli artisti di oggi, poiché le conquiste della tecnica sono ormai a servizio dell’arte che noi professiamo.”
img01.png
Anni ’60 – Fluxus
L’appellativo “Fluxus” fu concepito nel 1961 negli Stati Uniti durante una serata musicale organizzata da George Maciunas, fondatore del movimento e della rivista omonima. Il progetto mirava alla fusione di tutte le arti, (abolita dunque ogni distinzione tra categorie fisse come arti visive, musica, teatro, letteratura, ma anche tra arte colta e popolare, arti maggiori e minori).
Jean Tinguely -Homage to New York, 1960
Sculpture Garden del Museum of Modern Art in New York

img02.jpg
In collaborazione con altri artisti/ingegneri, tra cui Billy Klüver and Robert Rauschenberg, realizzò un meccanismo auto-distruttore che fece una performance di 27 minuti. Alla fine, il pubblico raccolse i resti della macchina come souvenirs da portare a casa. Questo omaggio all’energia di una città che continua a ri-costruire se stessa epoca dopo epoca è un fantastico esempio di come delle concezioni diverse e spesso conflittuali che artisti e ingegneri hanno su come le macchine dovrebbero funzionare.
John Cage «Variations V», 1965 – 1966

img03.jpg
E.A.T Experiments in Art and Technology

Fondato nel 1967 da Billy Klüver e Robert Rauschenberg.
img06.jpg

Pepsi Pavillon
img07.jpg
Spazio teatrale multimediale e ambiente interattivo creato per Expo ’70 ad Osaka, in Giappone. Nel Pepsi Pavilion fu uno dei primissimi lavori immersivi, che introducevano lo spettatorere in un ambiente invaso dai media elettronici.
Billy Klüver
img08.jpg
“The new interface I will define is one in which the artist makes active use of the inventiveness and skills of an engineer to achieve his purpose. The artist could not complete his intentions without the help of an engineer. The artist incorporates the work of the engineer in the painting or the sculpture or the performance.”
Negli anni ’60 nasce e si sviluppa la video arte, che utilizza come mezzo espressivo la televisione:
Nam June Paik
img09.jpg
img10.jpg
Wolf Vostell – 1958/59

img12.jpg
img13.jpg
Bruce Naumann
img14.jpg
Crea la prima installazione a circuito chiuso che la storia dell’arte ricordi, intitolata “Video Corridors” del 1968 presentata da Leo Castelli nel 1969.
Lo spettatore entra in un lungo e stretto corridoio, in fondo al quale si trova un monitor.
All’altra estremità, all’ingresso è collocata una telecamera che riprende il corridoio; avanzando verso il monitor, lo spettatore vede la propria immagine dentro lo schermo ripresa di schiena dalla telecamera.
Il gioco di questo tipo di performance è dato dalle reazioni soggettive dello spettatore che vi partecipa.

Douglas Davis -The Last Nine Minutes: Live performance for international satellite telecast, documenta VI, 1977
img15.jpg
I computer e la rivoluzione digitale: Ben Laposky Oscillon Number Four, 1950

img16.jpg
A. Michael Noll
img18.jpg
Harold Cohen
img19.jpg

Myron Krueger «Videoplace», 1974
L’immagine dell’utente era catturata da una videocamera in tempo reale e riprodotta sotto forma di silhouette su un grande schermo di proiezione posto in una stanza buia. Era come se il partecipante vedesse la propria ombra riflessa sullo schermo video. Utilizzando delle tecniche di elaborazione d’immagine per definire i contorni della silhouette, l’utente era in grado di dipingere sullo schermo con il dito, semplicemente muovendolo nell’aria. Una striscia colorata compariva sullo schermo, a seconda dei movimenti del dito. Se il partecipante usava tutte le cinque dita, le striscie colorate si cancellavano. Per utilizzare le parole dello stesso Krueger, “V. è un ambiente concettuale privo di esistenza fisica”.
img22.jpg
Sommerer/Mignonneau – «The Interactive Plant Growing», 1993

Toccando le piante vere o muovendo le mani in direzione di queste, lo spettatore è in grado di influenzare e controllare in tempo reale la crescita virtuale di oltre venticinque piante programmate al computer, che appaiono contemporaneamente su uno schermo posto di fronte al pubblico.
img23.jpg
Net Art – Mark Napier, 1997-2004
img24.jpg
Tina Tonagel,Framedrucker (2003-04)
Il “Framedrucker”(stampante di frames) è una installazione costituita da una macchina che permette la decostruzione di un video attraverso l’acquisto dei suoi frames: mentre il video (specificamente prodotto a questo fine) viene proiettato su una parete in modo continuo, lo spettatore può comprare suoi frames, firmati dall’artista. Dopo avere inserito una moneta il video può essere bloccato spingendo un tasto. L’immagine sullo schermo viene stampata ed è cancellata definitivamente dall’ hard-disk del computer all’interno. Il video si dissolve, diventa sempre più corto (i fotogrammi restanti sono compattati insieme) fino alla completa decostruzione del medium originale.
Lo spazio / tempo rappresentato nel video perde una porzione ad ogni intervento. Il fruitore dell’ opera d’arte si fa soggetto attivo nell’atto della sua creazione / distruzione, e la testimonianza superstite si eleva ad oggetto residuale di arte.
img29.jpg
img25.jpg
Questa scheda è tratta da un intervento seminariale di Valentina Tanni su arte e tecnologia. le integrazioni sono mie.
Qui il link alla prima parte di questa scheda

Segui “Parole e Immagini” su Facebook

Annunci

, , , , , , , , , , , ,

  1. #1 di sandrapalombo il 17 ottobre 2007 - 22:53

    Ciao, eccomi. Ancora è troppo presto per capire chi sei, comunque mi sono fermata in questo post, perché di Lucio Fontana ho visto un soffito che è stato poi “trasferito” a Milano. Operazione che non approvo in quanto doveva essere restaurato sì, ma nel luogo per il quale era stato concepito e realizzato. Ho fatto una ricerca e ho trovato questo comunicato stampa : http://www.beniculturali.it/giornate_europee_07/stampa/pdf/Comunicato_13.pdf

    Mi chiedo se i soldi e il tempo per questa operazione siano stati spesi al meglio.
    Ciao Sandra

  2. #2 di apolide il 17 ottobre 2007 - 23:23

    Fontana è uno dei miei preferiti. Con dei tagli da “samurai” attraversava le tele, per superare la dicotomia tra arti plastiche e scultura, si è inventato lo spazialismo…

    Letto il link…
    e sono in parte d’accordo con te, ma il problema è che stavano riammodernando, in quell’albergo…
    Ad ogni modo, i restauri di opere moderne sono problematici sotto molti aspetti, per la sperimentalità dei materiali impiegati di cui non esistono documentate esperienze di restauro, per il problema dell’anastilosi, cioè del rendere -o meno- visibili le parti deteriorate e ripristinate, ecc…
    Sembrerebbe, dalle foto , una delle sue “classiche” opere con tagli… bella

    Grazie della lettura.

    ciao

  1. Duchamp « IES Blas Infante
  2. Il rapporto tra tecnologia e arte (I) « Parole, immagini, gesti

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: