Joseph Beuys

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Joseph Beuys (Krefeld, Germania 1921 – Düsseldorf 1986) , figura profetica ed emblematica, è uno dei personaggi più significativi della scena artistica mondiale del secondo dopoguerra.
Partecipa come aviatore al secondo conflitto mondiale, e viene abbattuto nel ’43, in Crimea. Gravemente ferito e quasi assiderato, sarà salvato grazie alle cure degli abitanti della zona, grazie all’uso del feltro per riscaldarlo, e del grasso per nutrirlo. Questa esperienza lascerà una profonda traccia nella sua esistenza e nella sua attività di artista: feltro e grasso saranno materiali che userà spesso, nell’ambito di una poetica legata alla “riappacificazione” con la natura e al recupero delle relazioni umane.
Il Maestro tedesco fin dai primi anni Sessanta si è imposto come uno dei protagonisti dell’Arte contemporanea d’avanguardia; ha partecipato alle prime manifestazioni del gruppo Fluxus e ha poi delineato il suo lavoro nell’area delle performances e dell’impegno politico, sociale, umanitario ed economico.
Ha fondato movimenti culturali come l’Organizzazione per la Diretta Democrazia e la Free International University.
Sono memorabili alcune sue proposizioni concettuali in forma di slogan: Ogni uomo è un artista, La Rivoluzione siamo Noi, Kunst=Kapital, Difesa della Natura.
Presente alle rassegne internazionali più prestigiose da Documenta di Kassel, alla Biennale di Venezia, ha tenuto un’importante antologica al Guggenheim Museum di New York. Le opere di Joseph Beuys sono conservate nei maggiori musei del mondo.

The Pack, installazione, 1969

The pack (1969)

Joseph Beuys

I like america and america likes me performance, 1974

I love America, America loves me

La fine del XX secolo, installazione, 1983

The end of 20th century

Plight, installazione, 1985

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  1. #1 di xamax il 13 dicembre 2007 - 16:32

    Ogni uomo è un’artista! Basterebbe già questo riconoscimento, da parte di molti, per far fare un passo sostanzialmente grande al benessere dell’umanità intera.

    Complimenti per il sito!

    Ciao

  2. #2 di apolide il 14 dicembre 2007 - 20:09

    In effetti nella vita di ognuno c’è un pizzico di arte…
    Grazie del passaggio…

    ciao

    Apolide

  3. #3 di Michelangelo il 14 dicembre 2007 - 23:54

    invece penso che l’arte non sia solo “carica espressiva” e definizione della stessa in quanto riconosciuta, dichiaratamente.
    L’arte è frutto di espressività, emotività, ma anche tecnica, riflessione.

    Insomma, a mio modesto avviso, un guscio d’uovo rotto su un piedistallo o una macchia di vernice su una parete bianca non sono opere d’arte solo perchè oggetto di ragionate osservazioni.

  4. #4 di apolide il 15 dicembre 2007 - 00:38

    @Michelangelo: Il problema, secondo me è di carattere sociale: Può ancora l’arte dei musei, l’espressione più palese della sistematizzazione di uno status, riuscire a definire l’immaginario, le pulsioni, i fantasmi di una società complessa e in rapida trasformazione, in cui vasti strati della popolazione hanno accesso alla conoscenza, e spesso hanno un attegiamento critico rispetto a come vanno le cose? O l’arte è solo la semplice espressione del potere religioso, come ai tempi di Fidia o di Michelangelo, politico, come ai tempi di David, o ancora economico, come da Monet a questa parte?

    La carica espressiva non può prescindere da una qualsiasi sorta di mimesi, foss’anche rivolta a rappresentare l’assenza, la privazione, la degradazione di una forma di pensiero o di un modo di interpretare la realtà che è in fase di tramonto. Ed espressioni più palesi di una fase di trasformazione, sono sempre repentini cambiamenti in ambito tematico, espressivo o tecnico. Se siamo d’accordo in termini generali, ti replico che dovresti accogliere un’accezione un po’ più vasta di arte, secondo me. Lo hanno ripetuto un secolo fa Duchamp e Bréton.

    Non è una questione di abilità tecniche. Secondo te cosa dicevano gli artisti coevi di Wahrol? Che massificava l’arte, abbassava e commercializzava una tradizione plurimillenaria, stampando in serie le sue serigrafie… Eppure, Wahrol è stato recentemente rivalutato (se vogliamo venire al vil denaro, basta guardare alla recente impennata delle sue quotazioni), segno che la storia lo ha metabolizzato,e la sua poetica è stata riconoscuita come valida.

    Il problema non è tecnico, è epistemologico: cosa rappresenta l’arte, se non un feticcio da osannare come la statua crisolelefantina di Atena, protettrice della poleis ateniese, o il David michelangiolesco icona della resistenza fiorentina al nemico d’oltralpe, o le grandi tele di David, testimoni delll’influenza politicoeconomica del regime napoleonico in area europea, o l’emergere di un sentimento di lotta di classe cantato da un Fattori, o la rivendicazione del diritto ad esistere della nascente classe borghese rappresentata da Monet? Secondo me l’arte raffigura, concretizza un’idea da passare alla storia.

    Se riconduci tutte queste espressioni artistiche a un’abilità tecnico-rappresentativa, fai una grossa riduzione, secondo me. Perchè ad esempio Monet, definito agli inizi della carriera come un pittore da bordello, è oggi osannato e accettato da ogni critico? in fondo, fu spodestato in un concorso da Cabanel, pittore accademico. E alla fine è diventato una sorta di mito…E’ solo questione di tempo: quando le istanze di una nuova corrente si iniziano a spegnere, a perdere di forza, a diventare inattuali, allora arriva la consacrazione museale. Strano e sospetto, non trovi?

    Apolide

  5. #5 di Michelangelo il 17 dicembre 2007 - 00:12

    Prima di rispondere diffusamente a tutte le tue interessanti istanze, ti lascio un pensiero: pensa a Caravaggio. Quello per me è l’archetipo di arte.

    Un insieme di abilità tecnica, carica espressiva, capacità di stupire, sorprendere, trasmettere un pensiero, un emozione, con facilità sia verso i più profani sia verso i più esperti intenditori.

    (e la consacrazione museale è pressochè pleonastica)

  6. #6 di apolide il 17 dicembre 2007 - 16:35

    Caravaggio però ai suoi tempi non era molto amato dalla classe dirigente ecclesiastica: molte sue tele furono rifiutate.

    Proprio per lo stesso motivo per cui molte opere di oggi sono considerate “degenerate”: perché abbassano e riducono i termini del soggetto artistico, come Caravaggio che rappresentava soggetti (gli ultimi, i diseredati) e tematiche (scene di povertà, di miseria, vesti lacere, contesti scarni, la luce “nera”) prossimi alla più misera condizione umana episodi biblici…pensa alla “Morte della Madonna”. La madonna che ha avuto come modella una prostituta trovata affogata nel Tevere. Con quel ventre gonfio d’acqua, quasi ad alludere alla concezione…

    Un tempo non c’era ancora l’evoluzione tecnologica con cui confrontarsi, o meglio quest’ultima procedeva a passi più lenti ed umani. Quindi come poteva un artista “sovversivo” -ma chi, tra i grandi geni, non è sovversivo- far passare il suo messaggio “critico”? Forzando i termini della rappresentazione, ovvio, ma in ambito tematico e iconografico, non ancora tecnico o addirittura epistemico. L’arte era serva della religione e della politica.

    Oggi è tutto più difficile, ma le posizioni filo-marcusiane secondo cui l’arte è un fenomeno di élite tendono ad essere superate. E inizia ad essere superata anche la pleonasticità della funzione museale, e cosa sono i musei, se non le cattedrali della modernità?

    L’arte deve invadere le strade, stemperarsi nella vita. Ovvio che i più fortunati -o furbi- di sempre conquistano la deificazione-celebrazione museale…
    E’ questo il messaggio corrente. Quindi l’arte per raggiungere questo obiettivo deve sporcarsi le mani, ribaltare i termini del gusto e anche proporre tematiche palesemente brutte e ripugnanti, se necessario.

  7. #7 di Michelangelo il 18 dicembre 2007 - 11:04

    Il tema è: cos’è l’arte? Ammesso che vi sia una definizione univoca ed oggettiva.

    A mio avviso un’iinstallazione di oggetti, un assemblaggio di rifiuti non sono arte. Sicuramente vi è un messaggio dietro, una provocazione talvolta e spesso è l’interpretazione ad essere l’opera d’arte. Manca dunque la capacità tecnica dell’artista, non si distingue il suo tratto, non vi è nessuna immediatezza comunicativa nè componente tecnica.

    Chiaramente personalmente restringo notevolmente il campo delle opere d’arte, se vuoi, con criteri accademici. Non pongo tuttavia preclusioni alle tecniche adottate, che possono evolvere con la tecnologia e alla collocazione, purchè non sia un pretesto per compiere una celebrazione di opere senza valore.

  8. #8 di apolide il 23 dicembre 2007 - 01:16

    Ti rimando alla lettura del caso Brancusi. Wikipedia lo tratta con precisione e sintesi qui:

    Dimmi qual è la tua posizione in proposito.

    ciao

    Apolide

  9. #9 di lealidellafarfalla il 23 dicembre 2007 - 10:55

    decisione esemplare, secondo me.
    buone feste

  10. #10 di Michelangelo il 26 dicembre 2007 - 21:33

    Storia molto interessante.

    Alcune impressioni. Diciamo che:

    1. Il fatto che l’opera non sia stata riconosciuta univocamente come opera d’arte e che poi sia stato necessario un processo per ufficializzare lo “status” di opera d’arte è, quantomeno, imbarazzante.

    2. L’oggetto non ha una funzionalità propria. Pertanto può essere “accreditato” come opera d’arte se non altro per esclusione da ogni qualsiasi altro ruolo, essendo privo di funzionalità. Non a caso, l’attribuzione di “opera d’arte” vale nel riconoscimento di struttura e simmetria nell’opera.

    3. L’artefatto è / non è opera d’arte, semplicemente per “convenzione”, quale status riconoosciuto dalle funzioni competenti. Più difficile lo sforzo di Duchamps di far passare per opere d’arte oggetti che hanno già un proprio status (es. scolabottiglie)

    Personalmente ritengo accettabile la decisione presa dal giudice, per i seguenti motivi:
    1. la buona fede del povero artista incompreso
    2. l’attribuzione convenzionale apriori dello status di opera d’arte
    3. la destinazione no-profit dell’oggetto

    Ritengo infine la vicenda come una conferma della scarsa valenza artistica di certe opere d’arte. Il cui valore è spostato sul piano dialettico e concettuale dell’artefatto che non sulla potenza espressiva, la valenza tecnica e la capacità comunicativa dell’opera (che con il titolo c’entra ben poco).

    Resta inteso, che se invece Brancusi avesse dipinto un ucello, in qualsiasi foggia, forma o azione, non ci sarebbero state tante questioni, tantomeno dubbi su quanto rappresentato, salvo un giudizio tecnico sulla capacità della rappresentazione stessa.

  11. #11 di apolide il 29 dicembre 2007 - 20:01

    @Fabrizio: Buone feste anche a te!

    PS Rimetto nel mio blogroll il link al tuo blog, che non capisco perchè sia scomparso, assieme ad altri tre.

    ciao Apolide

  12. #12 di apolide il 29 dicembre 2007 - 20:33

    @Michelangelo:

    Scusami per il ritardo con cui replico: sai, le feste…

    Punto 1. Ti torno a ripetere che anche artisti oggi osannati (ti citavo il caso di Caravaggio, che tu stesso riconosci come un grande maestro) hanno avuto parecchi problemi, ai loro tempi. La questione qui è sociale, inerente la riconoscibilità di un’opera come artistica da parte della collettività. Nel caso di Brancusi, il doganiere aveva identificato l'”Uccello” come oggetto di produzione, quindi non voleva applicare il duty free, riservato agli oggetti artistici. Oggi Brancusi è riconosciuto senza probelmi come grande artista, dall’establishment culturale mondiale e mi pare emblematico il fatto che i giudici hanno motivato la sentenza non solo secondo criteri estetici classici di bellezza, ma anche secondo l’argomentazione che vi era stato un riconoscimento, uno “sdoganamento” di Brancusi da parte della comunità artistico-critica del tempo. Ed è passato quasi un secolo, da allora… non bisognerebbe starne ancora a discutere. E i surrealisti -ai quali Brancusi era molto vicino: era amico di Bréton e di Duchamp- vanno ancora oltre.

    Punto 2. Attenzione, in merito a struttura e simmetria dell’opera, riporti un giudizio non del tutto attendibile, (in senso critico) in quanto espresso dai magistrati e non da addetti ai lavori. L’episodio che ti riporto è secondo me emblematico per il fatto che anche un giudice, pur se esterrefatto di fronte a una creazione che egli stesso stentava a riconoscere come artistica come il “Bird”, ha alla fine istituzionalizzato con la sentenza, la valenza artistica dell’opera, in ragione della sua riconosciuta identità da parte della comunità critico-artistica.

    Punto 3. Lo scolabottiglie di Duchamp. Alcune interpretazioni critiche -peraltro molto dibattute- vogliono far risalire l’invenzione duchampiana del readymade a una sorta di reazione dell’artista alla stroncatura critica del suo “Nudo che scende le scale”, il dipinto del 1912. Tieni conto che Duchamp dopo questo episodio non realizzerà praticamente più nessun quadro, eccezion fatta per il suo “La sposa denudata dai suoi scapoli”, comunque contraddistinto da supporto e tecnica non-convenzionali: vetro e metallo, un’elaborazione lunga e complessa (dal 1915 al 1923) e alla fine lo lascerà incompiuto.
    Bene, Duchamp da un certo punto in poi inizia a produrre i suoi readymade: famoso è l’orinatoio, che polemicamente l’artista presenta in una mostra priva di commissione selezionatrice e sotto lo psudonimo “R. Mutt”, poi seguono gli altri. E questo primo gesto è storia, oramai. Posso essere d’accordo con te che l’arte concettuale (soprattutto quella più recente delle neoavanguardie) si è macchiata -a volte- di superficialità, aderendo solo formalmente ai principi dei fondatori senza apporti innovativi o perlomeno una simile profondità di analisi, replicando cioè un gesto polemico ma senza conservarne il significato intimo, ma il mondo è pieno di artisti incapaci -o fin troppo furbi- e ciò non intacca minimamente la validità dell’impianto teorico. L’estetica cui bisogna riferirsi per analizzare se un lavoro concettuale è valido o meno è ancora più radicale, è quella dell’informe di Bataille. Se ti interessa l’argomento del “contenuto” dell’opera d’arte, interpretato sotto l’aspetto sociologico, antropologico ed etnografico ti rimando a questo bel saggio della Violi, che tratta di Bataille, Benjamin e Warburg e dell’estetica dell”informe”.

    Le valenze di operazioni come quella del readymade -ma ti potrei enumerare molti altri esempi meno eclatanti ma non meno notevoli riguardanti le modalità espressive e il repertorio formale del periodo- non sono -solo- inerenti la messa in crisi del criterio della riconoscibilità dell’opera d’arte, del ruolo dell’artista, della questione tecnica, ecc. ma sono più vaste e investono il campo epistemologico in toto dell’orizzonte storico considerato -ripensa solo al clima culturale che animava il periodo, a Freud, a Darwin e ad Einstein tanto per fare tre esempi- e ne ho parlato qui. Il surrealismo mette in crisi il senso stesso dell’esistenza e della percezione della realtà, quindi un’analisi di tipo iconografico/iconologico è inutile, per comprenderlo, non foss’altro per la deliberata intenzione dell’artista di non rappresentare il mondo sensibile, ma una realtà parallela, sottesa ad esso.

    Cito: “Ritengo infine la vicenda come una conferma della scarsa valenza artistica di certe opere d’arte…”
    Non si può parlare di scarsa valenza artistica di certe opere d’arte, intesa aprioristicamente, in termini kantiani e assoluti. Si deve ripensare il ruolo dell’arte, in una sfera differente da quella dell’autonomia. Certo, l’affermazione dell’autonomia dell’opera d’arte è servita in tempi passati ad affrancarla dal potere religioso e/o politico, a rappresentare l’universo sociale della nascente classe borghese, a far emergere artisti di diverse generazioni, da Caravaggio a Manet. Ma stiamo entrando in una nuova fase. E i surrealisti, se ne erano accorti già nei primi anni del 900. L’arte, con loro, non è più l’appannaggio di una classe sociale come quella borghese, non solo.

    Ti ripeto che la partita oggi si gioca sul rapporto dell’arte col mercato, per questo certa critica vorrebbe riaffermare perentoriamente il principio dell’autonomia dell’arte, sottacendo però la natura di merce, sia pure di lusso, tipica dell’oggetto artistico in epoca moderna: pensa a Sgarbi, a quanti quadri ha da parte da piazzare: vendere un’installazione è più difficile, ed è impossibile farlo -per un gallerista, in termini simili a un oggetto o a una merce- per una performance. Gli artisti più radicali di oggi vorrebbero -come ieri i surrealisti, e come Beuys- emanciparsi dall’egemonia delle istituzioni museali e del sistema-mercato dell’arte, per farla trabordare nella vita. L’arte per tutti, e oltre il mercato…una bellissima utopia, non trovi? Fin dagli inizi del 900 emergono le istanze politiche, sociali, culturali delle masse di sottoproletariato urbano, il cui ingresso in scena avrà poi come reazione da parte del sistema la creazione di strumenti di governo solo apparentemente democratici e in realtà oligarchici, della mercificazione massiccia di ogni aspetto della vita umana -compreso il tempo libero- della nascita dell’industria culturale e dell’arte-spettacolo di massa come valvola di sfogo, illusoria e falsamente consolatoria. Questi recuperi di visioni filoavanguardia sono motivati dal fatto che il capitolo iniziato dalle avanguardie non ha potuto realmente concludersi, essendo stato prima interrotto dalla II guerra mondiale e poi sostituito da altre esperienze, oggi lo si vorrebbe sopprimere ma le problematiche che esso fa emergere si ripresentano, periodicamente e non si attenuano. Sai qual è il punto, secondo me? Che per comprendere certi fenomeni bisogna ripensare alcune distinzioni, come quella tra alta e bassa cultura: in che termini è valida? Chi lo stabilisce? Solo il sistema-mercato dell’arte, con i suoi galleristi e critici prezzolati? Solo il pensiero dominante? Solo l’accademia o il potere politico-economico?

    In merito alla valenza tecnica: gli esponenti delle avanguardie tendevano ad annullarla proprio per lanciare un messaggio polemico nei confronti dell’accademia del periodo, e di tutto il sistema sociale, aggiungo. Erano quasi tutti degli attivisti, di qui la reazione di certa critica.

    In merito alla carica espressiva ti replico che la forza di molte opere surrealiste sta proprio nel loro non essere mimetiche. Il surrealismo voleva rappresentare il mondo dell’inconscio. E l’inconscio non si può rappresentare assecondando la sfera razionale o la percezione: è onirismo allo stato puro…

    Ti invito quindi a non lasciare influenzare il tuo giudizio da preconcetti o sovrastrutture, altrimenti non fai altro che accogliere le istanze di una buona parte della critica più “tradizionalista” tese a delegittimare gli esiti della ricerca delle avanguardie storiche. Il disegno è descrivibile in termini di conservazione dell’ordine sociale, dell’impianto culturale dominante e di gestione dell’evoluzione delle nuove proposte accettabili dal mercato che ha come attori protagonisti i pochi che muovono le leve del sistema dell’arte e dell’industria culturale, e quindi gestiscono enormi interessi politici ed economici. Il sapere e la cultura non sono più controllabili da pochi. La televisione ha iniziato questo processo, internet lo completerà. Per ostacolare questa tendenza in atto si originano forti resistenze da parte di certi ambienti critici e accademici, in merito all’accettazione di modelli culturali, sociali, antropologici che non sono neppure nuovi: se ritorniamo a critici come Bataille, Benjamin e Warburg parliamo di un secolo fa, ormai. Questi approcci sono ritenuti scomodi, e li si vorrebbe sopprimere.

    La sistematica diffusione del pregiudizio, del preconcetto e di verità parziali, assieme all’attacco “puritano” molto, molto “bourgeois” dei moduli estetici (non è opera d’arte, è brutta) del repertorio espressivo (non è opera d’arte, non rappresenta nulla), delle tecniche usate (un assemblaggio, una performance, un readymade o un video non sono arte) e dei contenuti (è merda, anche se di un artista, non è arte) sono l’arma usata per attuare questo disegno.

    Guardavo tempo fa una lezione di Storia dell’Arte contemporanea della Prof. Barbara Sega (insegna a Bologna), su Nettuno. Di livello universitario. In pratica, ciò di cui devono andare a riferire all’esame i critici e gli insegnanti di domani.

    L’argomento era proprio il surrealismo. Bene, lezione di quaranta minuti, un velato accenno a Bréton e una puntualizzazione sulla sua profonda cultura in campo psicologico; Magritte visto solo in una diapositiva e liquidato con affermazioni tipo “tanto è un’artista massificato, lo conoscono tutti”, il suo famoso quadro “Ceci n’est pas une pipe” stroncato come fosse un gioco di parole da strada, una barzelletta sporca; un mostro sacro come Dalì strapazzato e definito come foriero di contenuti di scarso livello culturale (un pittore per ingnoranti insomma); poche menzioni sulle opere di Man Ray in luogo di una dettagliata digressione sulla sua vita privata; l’esaltazione di una serie di artisti di secondo piano scelti probabilmente per il loro scarso spessore e gli evidentissimi legami con il repertorio figurativo; un’apoteosi di Giacometti come surrealista che anticipa l’optical… ma soprattutto nessun accenno alla carica dirompente in campo epistemico della ricerca surrealista. Un ritorno all’ordine, insomma.

    ciao

    Apolide

  13. #13 di Michelangelo il 30 dicembre 2007 - 01:27

    La tua risposta offre come sempre, spunti molto interessanti.

    Sicuramente mi interessava sottolineare un punto sul quale, a quanto pare, concordiamo: “l’arte concettuale (soprattutto quella più recente delle neoavanguardie) si è macchiata -a volte- di superficialità” etc. etc.

    Concordiamo anche sul fatto che l’arte non ha e non può avere dei confini o dei range predefiniti. Lungi da me l’idea di alimentare una distinzione tra alta e bassa cultura.
    Tutt’altro! Personalmente farei rientrare nell’Arte (con la A maiuscola, vista la necessità di conoscenza, competenza tecnica, creatività ed ingegno) anche i videogiochi (!)

    Ora, invece, in merito ai tanti fattori che – secondo me – caratterizzano un’opera d’arte non si può prescindere dalla valenza tecnica. E, stando a quanto scrivi, mi sembra molto più grave prescindere da questa per una presa di posizione, anzi di contrapposizione aprioristica, che crea una regola, ovvero un anti-regola, piuttosto che scegliere liberamente la migliore strada per trovare nuove forme di espressione e di arte. Non voglio dire che necessariamente un’opera deve essere munita di una complessità tecnica elevata per essere di valore, ma diciamo che tendenzialmente, la mancanza di tecnica non contribuisce a creare qualcosa che abbia valore artistico, che sia in grado di comunicare un messaggio più o meno complesso, che sia in grado di trasmettere emozioni.

    Comunque sia, del risultato si può sempre discutere. Infatti, laddove dovessimo ipotizzare di “misurare” la valenza artistica di un’opera, dalla capacità di suscitare emozioni, si entra in una sfera con una componente strettamente personale, che può essere più o meno largamente condivisa. Proprio come quando si assaggia un vino, vi possono essere pareri più o meno concordanti, tranne i casi di eccellenza dove vi è un riconoscimento molto ampio.

    Mi sembra legittimo che l’individuo, in definitiva, così come possa essere poco sensibile all’ascolto del Clavicembalo ben Temperato di Bach, preferendo altro genere di musica, sia altrettanto libero di contestare un assemblaggio di oggetti come un’inespressiva ed inutile composizione, preferendo le emozioni che suscita un ritratto di Antonello da Messina o di classificare una scultura come un arnese da cucina, senza che, con sua buona pace, se ne risenta l’artista.

    La discussione è molto avvincente, anche per me, non addetto ai lavori.
    Che non sia giunto il momento di arrivare a sintesi?

    Ciò detto, i migliori auguri per il 2008!

    PS. non sono più sul blogroll…?

  14. #14 di apolide il 5 gennaio 2008 - 05:57

    Ci sei, nel BR, ci sei. Auguri, e spero di averti interessato un po’ anche a ridefinire il senso dell’arte, oltre gli esiti formali…

    ciao

    Apolide

  15. #15 di Michelangelo il 6 gennaio 2008 - 18:27

    Assolutamente sì. Il confronto (intelligente) è sempre proficuo ed un momento di crescita.
    Grazie

  16. #16 di asakusa il 7 gennaio 2008 - 12:57

    Ho letto con interesse il vostro confronto, che in fondo non fa che replicare istanze e perplessità che percorrono il mondo dell’arte oggi come ieri e probabilmente da sempre (Caravaggio, che spesso ritorna come paradigma di confronto sullo scontro tra arte di oggi, arte di ieri, mercificazione dell’arte, l’arte contemporanea ha valenza estetica ecc. era osteggiato non solo dalle alte gerarchie ecclesiastiche, e per ovvi motivi, ma incontrava l’ostilità di un critico capace ed influente com’era Bellori all’epoca).

    Credo che molto spesso il piano del dibattito prescinda da un dato incontrovertibile per chi studia o ama l’arte, ed è il relativismo. Qui ad esempio si scontrano semplicemente due modi di considerare l’arte, non una verità ed una posizione fallace.

    Vorrei solo aggiungere che (e spero nella fretta di non aver letto male ciò che diceva Michelangelo) la creazione di un’istallazione o di un’opera che apparentemente (dal punto di vista formale) non replica stilemi alla Caravaggio, non significa sia scevra da “tecnica”.

    Per quanto riguarda l’università: io ho sempre avuto l’impressione che (anche scegliendo una specifica laurea in st. dell’arte), il novanta per cento dei laureati esca con un bagaglio di conoscenze che una guida turistica/guida ai musei, si fa ascoltando un nastro registrato. La dimensione critica, lo studio in profondità del significato o senso di un’opera, il dibattito critico, viene tralasciato per un nozionismo spicciolo. Non è sempre così, ma spesso sì.

  17. #17 di Apolide il 7 gennaio 2008 - 13:55

    > asakusa ha scritto: la creazione di un’istallazione o di un’opera che apparentemente (dal punto di vista formale) non replica stilemi alla Caravaggio, non significa sia scevra da “tecnica”.

    La poetica surealista fonda le sue basi sulla decostruzione dei miti borghesi, anche per questo è profondamente iconoclasta.

    Dietro il ready-made duchampiano c’è una profonda riflesione non solo attorno alla rappresentazione del reale, ma anche -e soprattutto- sul senso stesso del reale e della sua percezione.

    L’ambito di influenza di queste riflesioni è di tipo epistemologico, cioè attinente la filosofia della scienza, che nei primi del ‘900 ha fatto grandi balzi in avanti.
    La metodologia operativa attuata -cioè la riproposizione meccanicistica e straniante di un oggetto di uso comune “elevato” al rango di ogetto artistico- può esere intesa come l’applicazione puntuale e “pratica” dei principi teorici sopra esposti. Può essere ritenuta una “tecnica”.

    ciao, asakusa, lieto di averti nel mio blog.

    Apolide

  18. #18 di Rob@rta il 7 gennaio 2008 - 16:56

    perchè non te ne vai a fanculo nell’aula di incisione?!
    COMMENTO:BRAVO BRAVO!!!

  19. #19 di Apolide il 8 gennaio 2008 - 05:26

    Rob@rata: dài, poi domani ti offro un digestivo, dopopranzo

    🙂

    Apo

  20. #20 di Michelangelo il 8 gennaio 2008 - 11:08

    Asakusa, apprezzo il tuo intervento che pone l’accento su un aspetto fin ora sottacciuto, ma presente.
    In effetti l’arte non può prescindere dall’uomo, dunque da una concezione relativa e soggettiva, personale.

    Spostando il tema sulla definizione di “contenuto tecnico” che, a mio avviso, rappresenta uno degli aspetti costitutivi di un opera d’arte, mi sembra ci siano due pareri contrastanti. Da una parte la tua constazione: “la creazione di un’istallazione […] non significa sia scevra da “tecnica”; dall’altra la replica di Apolide, che sottolinea come in alcuni contesti (oggetto della presente discussione) la “non-tecnica” è una scelta programmatica, che arriva al ready-made.

    Ora, pur rischiando un esercizio sterile, possiamo approfondire cosa significa “tecnica”. La complessità o difficoltà tecnica può essere caratterizzata da diversi elementi: dalla difficoltà di realizzazione, dai tempi di realizzazione necessari, dal numero di risorse materiali o dalle persone necessarie per la realizzazione.
    Sicuramente mettere in fila una serie di slittini ha una complessità tecnica inferiore a scolpire una montagna come il volto washington o a dipingere le Nozze di Cana del Veronese.

    Non intendo ridurre la valenza artistica ad una proporzione con la difficoltà di realizzazione, ma sicuramente questo aspetto incide sulla capacità di stupire, colpire ed emozionare.

  21. #21 di asakusa il 8 gennaio 2008 - 14:37

    Con tecnica io intendo uno degli aspetti del fare arte, che ad esempio i greci indicavano con Tekne (perdonate non so se l’ho scritto in modo corretto ma sono di fretta, è odioso ma purtroppo mi tocca fare cosi), che assume in sé diversi significati tra cui quello appunto di “fare”.
    E’ giusto ciò che dice Apolide, ma in quel caso non parliamo di assenza di tecnica, ma di una forma diversa di tecnica, poi possiamo anche discutere sui gradi di difficoltà che un’installazione o un quadro di Mondrian o Piero della Francesca possono presuppore. Ma il valore di un’opera, il suo senso, a mio avviso non si valuta in base alla complessità, alla difficoltà di farla, almeno questo è ciò che il novecento ci ha insegnato, ed ha dimostrato.
    Certo, qualsiasi corrente, scuola, artista ecc. già da metà dell’ottocento ha cercato di andare oltre la “tecnica” precedente, ma credo che riducendo così la questionesi si vada fuori tema, o si forzi il discorso in quanto (e ritorniamo ad un concetto relativista, ma in fondo è un dato di fatto) la tecnica di Tiziano (o più in generale della scuola veneta) non è la tecnica di Rubens o dei fiamminghi, ma neppure di Masaccio; la prospettiva di Paolo Uccello non è la prospettiva di Jan Van Eyck ecc.

  22. #22 di Greta il 9 gennaio 2008 - 19:01

    che bello!!!!! finalmente ci si accalora per un tema scottantissimo: l’arte e il suo significato!

    vi lascio accalorare ancora per molto, anche perchè ritengo pregevoli tutti i punti di vista suesposti.
    a me piace stare nel mezzo, sempre.
    per cui mi piace considerare la tecnica un attributo della storia, e in quanto attributo della storia, perfettamente sconvolgibile dalle dinamiche epistemologiche della società.
    nulla toglie però che modificando il concetto pratico di tecnica nel campo di una determinata arte, non si vada a costruire un rispettivo concetto di arte diverso dalla precedente.
    E’ ovvio che oggi non si possa parlare di arte figurativa in senso stretto.
    Per cui i prodotti che ne vengono fuori appartengono ad un’altra categoria artistica, se vogliamo concettuale o gebracht, d’uso comune.
    non mi sembra il caso di paragonare periodo storici estremamente differenti, anche se per un cultore dell’arte è difficile accettare una modificazione così netta della propria categoria.
    ciò che dice michelangelo riguardo al concetto di riconoscibilità è giusto e appropriato. Purtroppo viviamo in un’era in cui gli uomini verranno soppiantati da organismi elettronici, è difficile rimanere personali. L’esperimento poetico di Apolide ce lo insegna. 😉 :*
    Ma nel suo esperiemento c’è una precisa volontà, e c’è l’adozione di una coerenza organizzativa che fa sì che l’opera d’arte abbia ancora la propria riconoscibilità.

    Per cui, viva la coerenza stilistica!

    Lamia

  23. #24 di noma08 il 14 gennaio 2008 - 19:30

    Il mio caro amico PEJA vi ha anticipato la presenza del mio blog.
    Come al solito devo ringraziarlo per la sua partecipazione alla mia iniziativa, alla sua evidente volontà di portarlo alla ribalta. Grazie.

    Scrivo senza intenzione di spam o di pubblicità aggressiva. Intendo solo informarvi che il mio ultimo articolo parla di voi, e mi sembrava onesto avvertirvi. Inoltre non posso nascondere che il mio progetto ha bisogno… nasce per essere collaborativo, e quindi sono qui anche per ribadire la presenza del blog. Se non è pubblicità aggressiva, forse si potrebbe chiamare consiglio per la rilessione. In questo blog sto avventurandomi in una nuova avventura artistica che richiede la vostra partecipazione (magari non al livello di Emma, visto che siamo amici di lunga data, ma almeno nel segnalarmi i vostri eventuali contatti con opere NoMA e – cosa più probabile – arricchendo il mio blog con i vostri appunti e le vostre riflessioni sull’operazione).

    Aggiungo solo che il link giusto (questo Emma nn poteva saperlo, nn è colpa sua) è il seguente:
    http://noma08.wordpress.com/2008/01/14/s19104447985-considerazioni-su-uno-scambio-apparentemente-innocuo/

    Qui troverete un riferimento al blog di Apo, nonché una riflessione sulla mia operazione alla luce, appunto, di Beuys.
    Il link in cui si spiegano per sommi capi l’operazione è http://noma08.wordpress.com/2008/01/07/welcome-to-noma/

    Approfondimenti sono sparsi nella rete… a voi trovarli, se interessati.

    Scusate per il disturbo

  24. #25 di ippos79 il 28 ottobre 2008 - 12:22

    Salve.Una dettagliata e stramba Intervista a Beuys inerente il suo soggiorno a Foggia e sul Gargano,puramente inventata,e per buona parte incentrata durante i combattimenti del 1943 nella seconda guerra mondiale tra Tedeschi ed Americani.Lo spunto inoltre ricalca,la prima personale retrospettiva in tal senso che la città pugliese italiana di Foggia ha dedicato al grande
    artista di Dussendorf sul tema citato,e che propio in questi giorni si tiene presso la Fondazione Banca del Monte di Foggia “Siniscalco Ceci”,in via Arpi 141 (dal 4 al 31 0ttobre 2008 – previo post prolungamento proroga).

    LA trovate—all’URL http://www.ippos79.wordpress.com —– Grazie .

  25. #26 di nicola il 15 maggio 2009 - 08:39

    l’arte è un lavoro. non si crea nulla. non si esprime nulla. non si inventa nulla. l’opera è la cacca, il sottoprodotto. ciò che conta è la vita. ciò che conta è l’onestà intellettuale, l’umiltà; il timore fanciullesco. sono le budella che contano. Tutti i vostri discorsi esteticamente irreprensibili, non possono afferrare alcun senso nell’arte. pochissime persone sono in grado di colloquiare con gli artisti e lo possono fare attraverso le ere. la contemporaneità è come aria che soffia non lascia nulla nel senso e nel significato delle nostre vite insulse.

  26. #27 di apolide il 17 maggio 2009 - 15:49

    Secondo me esistono diversi punti di vista secondo cui osservare un’opera d’arte: quello critico (non operativo) è uno di questi, e forse sarebbe opportuna maggiore obiettività nel fornire pareri: sarebbe proficuo per uno scambio di vedute, che in questa chiave mi pare difficile impostare.

    ciao

    Apo

  27. #28 di neovision il 8 giugno 2009 - 15:08

    La grande confusione che si crea sui ragionamenti intorno all’arte, è la mancanza di accordo sulla parola principale, cos’è l’Arte ? A parte le odierne teorie, se mettiamo i piedi in terra e osserviamo cosa con questa parola veniva associato, possiamo constatare che era l’aggetivo iniziale di qualsivolgia pratica completa: Arte Culinaria, Arte Marziale, Arte Natatoria,…ecc come possiamo osservare, l’Arte era il raggiungimento finale di una tecnica, tecnica che veniva appunto trascesa da chi la padroneggiava quasi completamente,e cioè deteneva una conoscienza,che lo differenziava, sia da chi non aveva conoscenze, sia dagli artigiani suoi pari che non potevano arrivarlo per incapacità di genio, Maradona viene considerato un artista del calcio non perchè sapeva giocare a pallone, ma perchè poteva fare cose che nessualtro può fare. L’uomo può elevarsi solo se poggia su qualcosa, senza questa controspinta che gli si oppone (e che potremmo chiamare tecnica o modo di lavorare una materia) non può raggiungere nessuna vetta. Oggi vediamo un arte che non conosce tecniche, un arte che vive nascosta tra pochi adepti, e che conosce mercato solo perchè qualcuno certifica che è arte, Arte inutile, che non è una concezione negativa, anzi è lo specchio puro della nostra società odierna, l’arte grida la sua cecità, il suo disgusto, e la gente non capisce che è solo il riflesso di una drammatica situazione solvente, oggi vige la soluzione, la morte, la dissezione , l’analisi, e più analizziamo più affondiamo in una cecità che allontana dalla forma coagulata e solare, ma benvenga, poichè è solo dalla massima notte che sorge il nuovo Sole.

  28. #29 di apolide il 14 giugno 2009 - 20:04

    Sono d’accordo con te. L’arte, nei periodi di crisi, estremizza alcuni suoi aspetti. E’ ciò che è è accaduto, dal 900 ad oggi…

    Apo

  29. #30 di Dario Lodi il 15 febbraio 2010 - 22:39

    Probabilmente l’arte è la summa delle capacità umane. Le capacità tecniche vanno a rimorchio di quelle intellettuali, le quali vanno a rimorchio della sensibilità. Le cose si sentono, poi si ragionano, poi si rappresentano. Se si fa a meno di uno di questi passaggi, non si arriva alla sintesi artistica.
    L’arte come la intendiamo convenzionalmente ha radici nel passato. Ci sono voluti millenni perchè si affermasse in un certo modo. Non può essere un solo secolo, il XX, a scombinare il “gioco”. Nel XX secolo è intervenuto massicciamente il successo industriale. L’uomo s’è psicologicamente ritenuto onnipotente sulla base di una pur rilevante potenza relativa e circoscritta ad un preciso materialismo, basato sulla certezza della sopravvivenza. Si trattava di creare un mondo ad immagine e somiglianza di questa onnipotenza. L’arte andava quindi ribaltata, ripartendo, per così dire, dalle aste, aste nuove.
    Non si doveva più rappresentare il mondo basandosi sugli oggetti, ma sulle idee, su proposte in grado di manipolare gli oggetti, di dominarli, di trasformarli, avendo la presunta possibilità concreta di farlo.
    Le valutazioni artistiche riferentesi alle manifestazioni del ‘900 risentono di un modo di procedere tradizionale in presenza di espressioni nuove, molto caricate di simboli che, rispetto ai simboli dell’arte classica, sono ancora informi. Mettiamoci anche la “sconfitta” della scienza in quanto scienza esatta e avremo un fondamento d’incertezza che solo una disperata presunzione pretende di superare, additando l’espressione moderna in opera d’arte a tutto tondo. Ciò che non è e che, nelle coscienze più profonde, non può essere.

  30. #31 di apolide il 16 febbraio 2010 - 14:24

    Aggiungo solo un apporto, alla tua lucida considerazione: c’è, in giro una ‘sete’ di elevazione e di spiritualità enormi: l’arte dovrà presto accorgersene, e recepire questo cambiamento. Lo dico senza propugnare ‘ritorni all’ordine’, secondo me questo è un dato di fatto.

    Adonai

    Apo

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