L’accusatore – Capitolo 1: “Prove tecniche” – parte 1

Capitolo 1: “Prove tecniche” – parte 1

La linea della catena di montaggio era stranamente deserta, quella mattina. Il fiume di persone, che ordinatamente raggiungeva il posto di lavoro alle otto in punto, aveva preso una direzione differente, quel giorno. Gli operai della Slavi erano in assemblea permanente. La Slavi, un’ancora dinamica industria a capitale pubblico, produceva, a dispetto della crisi, un numero rilevante di ciclomotori e moto di piccola cilindrata, che garantivano un ottimo fatturato annuo, in attivo.

Come un’eco in un microfono, che si nutre della sua stessa forza e lo fa entrare in risonanza, si era diffusa la cattiva notizia, di bocca in bocca. Ormai era certo. I dirigenti, sotto disposizione governativa, avevano fatto capire che sarebbe partita una privatizzazione del capitale sociale: si sarebbe finiti sotto padrone, sotto padrone privato, con forti tagli al personale. I sindacati ufficiali, quelli confederati, se ne erano fregati, di questa storia: avevano inviato soltanto una lettera di protesta al governo e un appello alla dirigenza, ma niente di più era stato fatto.

Giovanni Maturini, invece, un capo-operaio della catena di montaggio, non ci stava. Era un attivista vicino alla trentina, che si era dato molto da fare per emergere dal grigiore di quell’ambiente e conquistare un posto di rilievo come rappresentante sindacale di base. Non era rimasto certo a guardare.

Era un tipo che, a uno sguardo disattento, sarebbe passato inosservato. Basso, sovrappeso, l’ampia fronte su cui scendevano un po’ alla rinfusa radi ciuffi di capelli rossicci.

Un tipo da poco, avrebbe detto chiunque, se non fosse per una luce, un guizzo che a volte animava i suoi occhi, piccoli e ravvicinati. Se non fosse per la sua immensa voglia di riscatto, perché era un misero figlio d’arte. Suo padre era un operatore ecologico in una cooperativa, mentre sua madre una mesta e anonima casalinga. Non voleva fare la loro fine, e vedeva nel consenso della massa degli operai della Slavi un saldo referente. Una leva su cui fare appoggio, per accrescere il suo livello sociale.

Maturini chiama a raccolta i suoi collaboratori, sollecitando la mobilitazione di tutto il personale dell’azienda.

Lo stato di agitazione fu immediato e con piena adesione: era inevitabile.

Viene indetta un’assemblea, in cui i toni erano accesi. Padri di famiglia che, tra il disperato e l’infuriato, chiedevano ragione di questa scelta ai due confederati, figure di secondo piano, mandate allo sbando a cercare di governare la situazione:

“Dopo tutto il lavoro che abbiamo fatto per l’azienda non è possibile finire così: sono dei vigliacchi!”

Giovani precari che capivano di essere probabilmente loro i primi a perdere il posto di lavoro e che proponevano il sabotaggio degli impianti:

“Qui, se non ci danno delle garanzie, ma garanzie solide, sfasciamo tutto, perdio!”

Impiegate madri di famiglia che vedevano in questo gesto il tradimento di anni e anni di fedele servizio all’azienda:

“Ho una figlia alle superiori: chi le pagherà i libri per l’anno scolastico? E le tasse per mio figlio all’università, chi le versa, adesso?”

Maturini fa un ingresso in assemblea silenzioso, si siede in uno dei tavoli di testa della sala mensa, improvvisata sede della protesta, e interpreta, da leader, i sentimenti della moltitudine degli operai:

“Qui, compagni, si deve occupare.”

La folla dei lavoratori presenti, quasi con un unico grido, risponde:

“Occupazione!”

“Occupiamo!”

“Sì, blocchiamo tutto!”.

(Segue…)


[Ogni riferimento a fatti, a persone o a luoghi descritti in questo romanzo, ove il lettore pensi di rintracciare collegamenti con la vita reale, è da ritenersi puramente casuale: essi sono frutto di pura invenzione letteraria]

Apolide

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