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L’accusatore – Capitolo 1 – “Prove tecniche” parte 2

l’accusatore capitolo 1 parte 2

Quel fiume di persone che, ordinatamente, ogni mattina aveva sempre timbrato il cartellino ed era confluito nei reparti, nelle linee di montaggio, negli uffici, si diresse, come una violenta piena verso i piani alti, verso la dirigenza. A fatica, i rappresentanti dei dipendenti evitavano di essere schiacciati contro le porte della direzione. Il segretario del presidente Ascensotto, il dottor Mastrodichiesa, cercava, dalla porta semidischiusa, di dialogare, con un atteggiamento che cercava di essere autoritario, ma dagli sguardi che a tratti lanciava a destra e sinistra si vedeva che era intimorito da quella massa umana, che, urlante e esasperata, spingeva per invadere i locali della direzione.

– Uno, massimo due rappresentanti possono entrare, non di più-.
E spingeva a forza la porta dell’ufficio.

Maturini si consultava con i suoi sottoposti. La sua indole era prudente: era un tipo sempre pronto a cogliere gli onori del palco, che sottraeva volentieri ai collaboratori quando c’era da raccogliere meriti ed ovazioni, ma se c’era da assumersi qualche responsabilità o qualche possibile rischio, latitava, e cercava di nascondersi dietro qualcuno, mandandolo deliberatamente avanti. decideva quindi di inviare in avanscoperta due rappresentanti di base inesperti, che, tronfi per l’investitura ricevuta, entravano nella stanza dei bottoni di Ascensotto. Erano Lucia Lupone e Franco Melanzali.

Lupone era una ragioniera sui venticinque, precaria, magrissima, mora e molto alta,  dallla capigliatura lunga e dalla bellezza un po’ trasandata. Lavorava come magazziniera alla spedizione ricambi. Era una giovane dall’intelligenza viva, che coltivava un forte interesse per le culture giovanili ed era chitarrista in una cover band di sole donne. Era una che vedeva nella carriera sindacale più che altro un modo per mettersi in mostra. La sua famiglia era costituita da commercianti, ma lei, per dissidi avuti coi suoi, aveva orgogliosamente scelto la via del lavoro in fabbrica. Si era subito aggregata a Maturini, vedendo in lui un riferimento, ed erano oltre che compagni di lotta, anche piuttosto amici.

Melanzali era un geometra, che aveva una grande passione per l’informatica, ed aveva sviluppato competenze a riguardo del disegno assistito al computer e delle macchine utensili automatizzate. Lavorava come controllore alle linee, a volte, quando necessario, istruiva i nuovi operatori CAD che entravano a lavorare alla Slavi. Studiava ingegneria nei ritagli di tempo, sognava un avanzamento di grado nella fabbrica, ma non riusciva a concludere granché, tra i turni in fabbrica e i pomeriggi che passava con la sua fidanzata, Silvana Ruotolini, una studentessa universitaria di lingue. Aveva conosciuto Maturini, che proveniva da un altro reparto, la festa del primo maggio precedente, alla cena dello stabilimento, e il sindacalista lo aveva coinvolto nella ‘lotta di classe’, che andava condotta in nome di ideali di uguaglianza. Lui, idealista convinto di poter cambiare il mondo, aveva aderito immediatamente… chi non è idealista, sotto i trenta?

I due entravano nella segreteria della direzione, il posto di comando dell’avvocato Sergio Ascensotto coordinata dal dottor Luigi Mastrodichiesa.

Mastrodichiesa era un signore sulla cinquantina, un ex caposquadra diventato uomo di fiducia della dirigenza. Un uomo imponente, con una grande pancia che sporgeva dalla camicia, cui faceva da pendant una corta cravatta. Vestiva come un dirigente, pur non sapendo indossare bene i costosi abiti che amava comprare. Le sue mani erano ancora ruvide come quelle di un operaio, ma aveva un’intelligenza pronta e sottile, insospettabile per una persona di quell’aspetto.

L’avvocato Ascensotto era un anziano ed emaciato uomo oltre i sessanta, capelli bianchi, lisci, occhi chiari, un ciuffo sulla fronte che si sistemava spesso, indice di vanità nascosta male. Aveva fatto una brillante carriera dirigendo via via posti sempre più importanti, da uffici secondari a piccole succursali, fino alla Slavi, forte dell’appoggio politico che la sua famiglia gli aveva saputo fornire.

Appena chiusa la porta, il rumore esterno cessava. L’ambiente era abbastanza insonorizzato, perché non arrivasse, alle orecchie del direttore, nessun rumore fastidioso. I due lavoratori non erano mai entrati in quell’ambiente e stupiti osservavano dall’altra parte il finestrone da cui si poteva dominare tutto l’interno della fabbrica, e le due decine di monitor di controllo che, con occhio freddo e meccanico, riportavano e registravano quanto accadeva in ogni angolo dello stabilimento.  La scrivania di Mastrodichiesa era poco spostata sulla destra, al centro della grande stanza, con tre telefoni, il fax che continuamente borbottava e sputava fuori fogli su fogli, che si raccoglievano in un cassetto un po’ sfalsati. Lo sguardo attonito delle due collaboratrici del segretario, tra le poche dipendenti fedeli alla dirigenza, li accoglieva. Erano con la direzione perché avevano un posto che difficilmente sarebbe stato soggetto a sostituzione o cassa integrazione.

Si fece avanti Melanzali.
– Vorremmo parlare col dirigente…-

L’avvocato Ascensotto non è intenzionato a ricevervi, dite pure a me e riferirò.- , disse il segretario.

– Non è possibile che Ascensotto ci mandi tutti a casa! Qui finisce male, se ne rende conto?- Sibilò minacciosa Lupone.
Una pausa di qualche secondo, fatta da Mastrodichiesa, tradiva la preoccupazione del segretario.

– Noi stiamo per occupare la fabbrica, non ci lasceremo mandare via, lo capisce?- Diceva, cercando di nascondere la sua timidezza, Melanzali.

– Non se ne parla neppure- Rispondeva Mastrodichiesa, – qui chiamiamo la polizia, se non smobilitate!-

Subito dopo due, tre colpi sordi si facevano sentire alla parete, e poi sette, otto, venti pugni con forza picchiavano contro il muro. Un lampo di paura compariva negli occhi di Mastrodichiesa, la sua espressione si trasformava in panico quando i colpi, secchi metallici di pugni e calci risuonarono contro la porta tagliafuoco. A un certo punto a questo martellare si univa un nuovo rimbombo, sordo e ritmico: si poteva intuire che tutte le centinaia di persone che erano lì fuori ad aspettare avevano iniziato a battere cadenzatamente i piedi per terra, come fossero un plotone di esecuzione che si appresta a mettersi in posizione per svolgere la sua macabra funzione. La porta, colpita violentemente, iniziava a far schizzare via piccoli pezzi d’intonaco, lì dove era incardinata alla parete, e quel rumore di scarponi contro i pavimenti, sulle scale, nell’androne si faceva insopportabile.

Poi una pausa di qualche secondo e un rumore sibilante, fortissimo e secco sull’ingresso dell’area direzionale: qualcuno aveva preso una sega circolare. Con uno degli attrezzi che era servito fino al giorno prima a rifilare pezzi da produrre per la fabbrica, stavano iniziando a tagliare la porta. L’insonorizzazione non era sufficiente a coprire quel frastuono. L’avvocato Ascensotto aprì un istante la porta della direzione,  Mastrodichiesa accorreva a consultarsi con lui, scambiandosi parole cooncitate e gesti, che a Lupone e a Melanzali non arrivavano, coperte dal sibilo assordante della sega.

-Andiamo via, subito!- Gridò Mastrodichiesa alle sgretarie, ma soggiunse:
Riterremo responsabili voi due di ogni danno alla struttura!-, mentre leggeva e memorizzava i nomi sui tesserini dei due improvvisati rappresentanti.
Bussarono in fretta all’ufficio del presidente, e l’anziano Ascensotto, pallido in volto, aprì loro.
Dopo aver comunicato agli altoparlanti, con voce tremante e nel contempo infuriata:

– Ci vogliono linciare! Chi ha a cuore la Slavi, abbandoni il proprio posto. Non finirà così!-
Il direttore Ascensotto e tutto il personale ancora fedele alla direzione si dileguò dagli impianti: i dirigenti, alcuni capireparto, gli ingegneri e tutto il personale della direzione lasciava in fretta lo stabilimento. Una quarantina di persone, attraverso le uscite di sicurezza e le scale antincendio, scappava da quel posto, che ormai era sotto il controllo dei seicento e più operai in protesta.

La Slavi era una fabbrica che non produceva più, quella mattina.

La scritta “LA SLAVI OCCUPATA, LOTTA PER IL POSTO DI LAVORO”, spruzzata con bombolette rosse su di un lenzuolo da cuccetta trovato chissà dove, veniva subito esposta ai cancelli.

[Ogni riferimento a fatti, a persone o a luoghi descritti in questo romanzo, ove il lettore pensi di rintracciare collegamenti con la vita reale, è da ritenersi puramente casuale: essi sono frutto di pura invenzione letteraria]

Apolide

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L’accusatore – Capitolo 1: “Prove tecniche” – parte 1

Capitolo 1: “Prove tecniche” – parte 1

La linea della catena di montaggio era stranamente deserta, quella mattina. Il fiume di persone, che ordinatamente raggiungeva il posto di lavoro alle otto in punto, aveva preso una direzione differente, quel giorno. Gli operai della Slavi erano in assemblea permanente. La Slavi, un’ancora dinamica industria a capitale pubblico, produceva, a dispetto della crisi, un numero rilevante di ciclomotori e moto di piccola cilindrata, che garantivano un ottimo fatturato annuo, in attivo.

Come un’eco in un microfono, che si nutre della sua stessa forza e lo fa entrare in risonanza, si era diffusa la cattiva notizia, di bocca in bocca. Ormai era certo. I dirigenti, sotto disposizione governativa, avevano fatto capire che sarebbe partita una privatizzazione del capitale sociale: si sarebbe finiti sotto padrone, sotto padrone privato, con forti tagli al personale. I sindacati ufficiali, quelli confederati, se ne erano fregati, di questa storia: avevano inviato soltanto una lettera di protesta al governo e un appello alla dirigenza, ma niente di più era stato fatto.

Giovanni Maturini, invece, un capo-operaio della catena di montaggio, non ci stava. Era un attivista vicino alla trentina, che si era dato molto da fare per emergere dal grigiore di quell’ambiente e conquistare un posto di rilievo come rappresentante sindacale di base. Non era rimasto certo a guardare.

Era un tipo che, a uno sguardo disattento, sarebbe passato inosservato. Basso, sovrappeso, l’ampia fronte su cui scendevano un po’ alla rinfusa radi ciuffi di capelli rossicci.

Un tipo da poco, avrebbe detto chiunque, se non fosse per una luce, un guizzo che a volte animava i suoi occhi, piccoli e ravvicinati. Se non fosse per la sua immensa voglia di riscatto, perché era un misero figlio d’arte. Suo padre era un operatore ecologico in una cooperativa, mentre sua madre una mesta e anonima casalinga. Non voleva fare la loro fine, e vedeva nel consenso della massa degli operai della Slavi un saldo referente. Una leva su cui fare appoggio, per accrescere il suo livello sociale.

Maturini chiama a raccolta i suoi collaboratori, sollecitando la mobilitazione di tutto il personale dell’azienda.

Lo stato di agitazione fu immediato e con piena adesione: era inevitabile.

Viene indetta un’assemblea, in cui i toni erano accesi. Padri di famiglia che, tra il disperato e l’infuriato, chiedevano ragione di questa scelta ai due confederati, figure di secondo piano, mandate allo sbando a cercare di governare la situazione:

“Dopo tutto il lavoro che abbiamo fatto per l’azienda non è possibile finire così: sono dei vigliacchi!”

Giovani precari che capivano di essere probabilmente loro i primi a perdere il posto di lavoro e che proponevano il sabotaggio degli impianti:

“Qui, se non ci danno delle garanzie, ma garanzie solide, sfasciamo tutto, perdio!”

Impiegate madri di famiglia che vedevano in questo gesto il tradimento di anni e anni di fedele servizio all’azienda:

“Ho una figlia alle superiori: chi le pagherà i libri per l’anno scolastico? E le tasse per mio figlio all’università, chi le versa, adesso?”

Maturini fa un ingresso in assemblea silenzioso, si siede in uno dei tavoli di testa della sala mensa, improvvisata sede della protesta, e interpreta, da leader, i sentimenti della moltitudine degli operai:

“Qui, compagni, si deve occupare.”

La folla dei lavoratori presenti, quasi con un unico grido, risponde:

“Occupazione!”

“Occupiamo!”

“Sì, blocchiamo tutto!”.

(Segue…)


[Ogni riferimento a fatti, a persone o a luoghi descritti in questo romanzo, ove il lettore pensi di rintracciare collegamenti con la vita reale, è da ritenersi puramente casuale: essi sono frutto di pura invenzione letteraria]

Apolide

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amo vedere le cose in tv

amo vedere le cose in tv
che ci sarà un mondo
migliore
che ci sarà pace
per tutti
che il debito dei poveri
e degli pseudoricchi
sarà sanato
il terrorismo sconfitto
che esporteremo la democrazia
in tutto il mondo
che il pianeta alla fine
avrà un controllo unico
e singolare
fedele alla bestia
e al mercato globale
e che in ogni paese
il precariato
sarà risolto
i vecchi avranno
pensioni decorose
e ci saranno sussidi
alle famiglie
per fare figli
e il PIL
aumenterà esponenzialmente
l’inflazione scenderà a zero
la benzina
sarà meno cara
che useremo il solare
e l’eolico
che impareremo a riciclare i rifiuti
e a non torturare gli sconfitti
che tutti potranno avere un plasma
una connessione veloce
e meno inquinamento
e un orgasmo politico a settimana
che la corruzione sarà risolta
la mafia sconfitta
la cattiveria dissolta

amo vedere queste cazzate
in tv
molto meglio
degli episodi dei simpson
delle telvendite della Marini
o della fantascienza
di star trek

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