Articoli con tag performance

AFTER: per un nuovo disegno di vita – Mostra sul terremoto di L’Aquila a Roma

Parte domani, martedì 8 febbraio 2011 ore 19.00 presso La nuova Pesa – Centro per l’Arte Contemporanea in via del Corso, 530 a Roma la mostra AFTER: per un nuovo disegno di vita.
Si tratta di un interessante progetto ideato e curato da Patrizia Ferri e messo in opera da diversi artisti e architetti, tra i più attivi della scena attuale, che si sono riuniti nell’esigenza di dare una risposta alle urgenze e sui bisogni reali e simbolici che il terremoto dell’Aprile 2009 ha posto alla città de L’Aquila e ai suoi abitanti, nonché sul tema della ricostruzione e della riprogettazione urbanistica.

Un’iniziativa per non dimenticare, per evitare che una città come l’Aquila, solo 2 anni fa viva e pulsante di relazioni, coi suoi spazi urbani e le sue attività, resti una terra di nessuno disabitata e cadente.

Un percorso trasversale, che spazia dall’architettura e dall’urban design all’arte e alla performance.

La mostra, come si è detto, è organizzata omogeneamente per gli spazi del centro culturale La Nuova Pesa, con interventi ad hoc, performance e installazioni del gruppo Neola (Bruna Esposito, Enzo De Leonibus, Franco Fiorillo, Emanuela Barbi, Fabrizio Sartori, Gloria Pastore), di Marco Fedele, di Catrano Giuliano Lombardo, Martina Maria Riescher, Donatella Spaziani e i 2A+P/A, che mostreranno il progetto realizzato di uno spazio pubblico effimero, pensato come luogo di relazione, nel Piazzale della Basilica di Collemaggio.

Sarà presentata un’anteprima di un video, in fase di realizzazione, La Madonna che piange di Onna, ideato e girato da Elena Friorenzani. Durante la serata è prevista, tra le iniziative, una raccolta fondi a sostegno del restauro delle nicchie della Chiesa di S. Bernardino promossa da Neola Onlus.

Da martedì 8 febbraio 2011 ore 19.00 a martedì 15 febbraio 2011

La nuova Pesa – Centro per l’Arte Contemporanea

via del Corso, 530 00186 Roma

tel. 06 3610892

e-mail: nuovapesa@farm.it

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il viaggio di Anima

riflesso dell'anima

Anima deve risalire
un lungo viaggio
fatto di scale
e porte
e nuove scale
donando agli occhi
luci sempre più vivide,
ad ogni sommità
della salita,
al corpo
livelli
più sottili
di energia
ed allo spazio
nuove dimensioni
di cui appropriarsi,
libera

Anima deve attraversare
ogni livello
della Conoscenza,
facendo suo
ogni angolo
come bimba curiosa
esplorando
ogni possibile
combinazione d’essere
e catturando
ogni esperienza
liberando ogni fiotto
emozionale
dal più oscuro
al più lucente

Solo alla Fine,
Anima
potrà comprendere
la ragione
intima, la pulsazione
sincrona
armonica e perfetta
di ogni atomo
di ogni anelito
di questa bolla,
che diverrà
un simulacro inutile
e potrà così morire

Anima deve essere Tutto
e Tutto deve, alla Fine
tornare in Anima
l’alfa all’omega
il ciclo che si compie
in questo modo
è solo uno
dei tanti possibili
ed è un frammento
di specchio
che rilfette l’Infinito
cui Anima vuole ritornare

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Il rapporto tra tecnologia e arte (6) – Nam June Paik e la nascita della video-arte

* Indice di tutti gli articoli su Arte e tecnologia in questo blog: qui *

Le prime alterazioni del linguaggio televisivo si devono a Nam June Paik, artista coreano che nel 1963 giunge a confondere linguisticamente audio e video tramite una trasmissione televisiva alterata dall’uso di magneti (deformando l’afflusso dei segnali elettronici, l’immagine perviene distorta : il ricevente effettua un controllo attivo e qualitativo sull’evento trasmesso).
Negli stessi anni Vostell, alla Smolin Gallery di New York propone i suoi Dé-coll/age TV, assembramenti di televisori considerati dal punto di vista oggettuale e manomessi in diversi modi, senza pero’ intervenire sulla gestione linguistica.

Paik TV Magnet

Nam June Paik - TV Magnet

Per questo tipo di operazione occorre infatti gestire in proprio la produzione dell’immagine, e l’occasione e’ offerta dalla messa in vendita, nel 1964, di una telecamera portatile e di un videoregistratore ( portapak): nasce cosi’ la possibilità  di fare televisione in prima persona, al di fuori dei canali governativi e collettivi. All’idea della televisione come oggetto si sostituisce la televisione come linguaggio artistico, così ’ “il tubo catodico rimpiazza la tela”. Attraverso questo nuovo linguaggio si possono comporre, come in pittura, rappresentazioni del reale e figure astratte. Utilizzando i nuovi mezzi di espressione si può  descrivere qualcosa che sta accadendo dinanzi alla telecamera o dentro di essa ( e quindi riflettere sul suo linguaggio in senso autoreferenziale). Il video  e’ perciò  uno strumento particolare, che permette possibilità  inedite di comunicazione.

Paik TV Cello

Nam June Paik - TV Cello

Cage e Cunningham, in collaborazione con Paik, nel 1965 realizzano “Variations 5”, in cui sono creati campi magnetici collegati a microfoni e telecamere e capaci di creare suoni e immagini se stimolati dalla presenza di un performer.
E’ del 1971 la performance TV Cello, realizzata in collaborazione con la musicista Charlotte Moorman. La violoncellista «suona” dei monitor che trasmettono, distorte dall’azione dei magneti, le immagini autoreferenziali dello stesso happening in corso. La tecnologia elettronica impiegata nelle video-installazioni allarga a dismisura la capacità di incidere e manipolare il video.
La sensibilità estetico-artistica e i linguaggi mediatici -scompaginati e ricostruiti dall’interno- riacquistano quella vitalità, quell’apertura al possibile che hanno ormai perso nella fredda strumentalità comunicativa e funzionale.
Le ricerche di Nam June Paik proseguono sugli elementi costitutivi del linguaggio televisivo, dando vita alla creazione di immagini non-oggettive, nelle quali il soggetto e’ dato dal ritmo, dalla luce e dal colore; la sua ricerca riguarda gli aspetti fenomenologici e psicologici del vedere attraverso il tubo catodico e le possibilità di manipolazione del segnale elettronico puro.

Paik Electronic Superhigway

Nam June Paik - Electronic Superhigway - 1995

Negli anni ’70 continua a lavorare con il disturbo e crea installazioni costituite da assemblaggi di televisori, a volte centinaia. La sua poetica ha l’intento di decostruire i miti della cultura e della società dell’immagine.
Si tratta di opere in cui suono elettronico e immagini astratte si intrecciano opere realizzate tramite dispositivi sofisticati come sintetizzatori e coloratori in cui gli automatismi delle macchine generano configurazioni visive diverse e giochi cromatici in combinazioni infinite di forme e colori. In questo genere di produzioni il dispositivo tecnologico è al contempo il soggetto e l’oggetto dell’opera: allo spettatore non resta perciò che abbandonarsi alla psichedelia della plasticità delle deformazioni di figure e colori.
La poetica di Paik è volta disgelare gli inganni della società dei mass-media, proponendo un’introspezione che evidenzia che il fatto avvenuto non è altro che una sequenza d’esperienze personali ed anonime.
Quest’arte sottintende sostanzialmente una reciprocità tra utilizzatore e opera.
L’artista vuole smascherare la finzione del reale, giungendo alla sparizione dell’opera, che diviene dominio dell’utilizzatore, che può decidere di optare per un suo uso “fast-food” oppure un calmo gustare.

June Paik American Flag

Nam June Paik - American Flag - 1985-1996

Nell’operare di Paik coabitano le due direzioni della società del consumismo di massa.
L’accento è posto sulla condivisione delle informazioni,  elemento che non può far altro che portare a una coscienza collettiva e una riappropriazione del reale, dopo la sua decostruzione.
La proprietà pubblica dell’informazione, difatti, è il punto focale dell’arte di Paik.
Le sue performance non si sospendono però dinnanzi ai limiti del reale, ma sanno anche spingersi verso una spiritualità composta di elementi prossimi alle filosofie orientali, come spiriti divini che colloca a servizio della propria arte.
La spiritualità cui Paik fa allusione è in fin dei conti una trascendenza innocente, candida e atavica tipica dei luoghi e modi dell’origine culturale in cui è venuto al mondo Paik.
Paik gode al tempo stesso di un intimo legame con la civiltà tecnologicamente avanzata, guardata fatalmente da lui con l’attenzione dell’antropologo e quella benevolenza filantropica derivante dal suo essere orientale.

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